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01 Dezember

ritorno dal futuro

Una Emozione Indescrivibile... Dopo un anno e mezzo di mia completa assenza , entrare qui e ritrovare "le mie vecchie cose" così , come e dove li ho lasciate , trovare la fedeltà di vecchi amici e l'interessamento dei nuovi...
Che dire

Un G R A Z I E  di cuore a tutti Voi chi ancora ricorda di me

Con un caro saluto

Natalì

 


14 Mai

Ricordi di una vita - Stage a Mosca

 

 

 

Scusatemi!

Ma anche i più "Grandi" commettono gli errori..

Avevo  "smanettato" un pò troppo e non me ne sono accorta...

Grazie a tutti voi che me l'avete segnalato...

a presto

***

 

"RICORDI DI UNA VITA

V capitolo

"Stage a Mosca"

 

Eravamo in cinque a partire per Mosca. Ci aspettavano  due mesi di tirocinio presso la nostra casa madre. Eravamo tutte donne, selezionate fra tantissime colleghe e colleghi. Non so  cosa o  chi dovevo ringraziare, la  mia bravura, oppure il mio marito Andrei che era uno dei membri della commissione. Ero abbastanza soddisfatta dal punto di vista lavorativo, ma dal punto di vista affettivo mi sentivo in dubbio, vista la situazione delicata della mia vita coniugale (cercavamo ancora di rimettere insieme i cocci rotti della nostra vita). Ancora erano freschi i ricordi del suo tentativo di riavvicinarmi , facendo l’amore con la mia amica. Io non ero per niente serena nel prendere la decisione di partire, avevo paura di perdere quello che in fondo ancora speravo di riavere indietro, la nostra unione.

Il  mio percorso lavorativo, per arrivare a questo,  non è stato del tutto logico e lineare dal punto di vista di una persona “normale”.. Lavorando come segretaria non riuscivo ad accontentarmi di un posticino così tranquillo, “caldo” e pacioso, a volte mi annoiavo e non appena ho saputo che nella nostra città veniva costruita una grossissima filiale di Mosca di una industria elettronica, ho presentato subito la domanda di assunzione. Le dimensioni di questa azienda erano molto e molto notevoli. Oltre che ad essere la prima di questo genere, doveva diventare anche la più grande per il numero di persone che venivano poi assunte. Vi dovevano lavorare più di 5 mila dipendenti. Mio marito Andrei è stato assunto prima di me, in qualità di osservatore delle procedure esecutive della produzione in uno dei suoi numerosi reparti. Mi ha proposto proprio lui di entrare nell’organico ed io non mi sono fatta pregare due volte. Il mio futuro impiego non doveva essere più di  una segretaria, ma di una operaia… Mi affascinava la possibilità di fare qualcosa con le mie mani, per di più nel campo dell’elettronica. Con l’aiuto di un microscopio dovevo saldare alcuni fili sottilissimi. Sarebbe stato bello, stupendo, magnifico…., ma….

Ma, al momento della mia assunzione  il mio posto di lavoro ancora non esisteva.  Esistevano solamente le mura esterne ed il tetto, e per il resto.. nulla! Il resto dovevamo costruirlo noi, da soli! Dovevamo costruire il nostro posto di lavoro! Ovviamente c’erano anche degli operai specializzati e noi dovevamo affiancarli. Che bella esperienza! Ero assunta sulla carta ma in realtà ero tutt’altro. Ho imparato molte cose anche qui! Ho imparato di mettere le mattonelle e di toglierle (perché il nostro dirigente ha deciso di modificare e di spostare le mura), poi ho imparato di miscelare il cemento nelle varie proporzioni con la rena, poi ho imparato a stuccare, lisciare  e a pitturare le pareti ed i soffitti, a montare i tubi di ventilazione, arrampicandomi sui ponteggi ad una altezza di un palazzo di tre piani, ho imparato a montare degli idrosanitari e chissà quante altre cose ho imparato di fare… A volte penso  quali sono i ricordi più belli di quel periodo? Sono molteplici, ma forse direi che più di tutto ricordo i nostri pranzi… Pranzavamo d’estate sdraiati nel campo accanto, nell’ombra di un piccolo boschetto, e d’inverno nei nostri spogliatoi, stavamo a mangiare tutti insieme, uomini e donne, tutti dello stesso reparto e ognuno contribuiva con il proprio pasto. Erano bellissimi i festeggiamenti dei compleanni e delle feste nazionali. Ogni pretesto per unirsi tutti insieme era sempre ben accettato..  Un altro ricordo simpatico era  di portare via  allo scarico i calcinacci, caricati su una specie di pedana con due paia di manici davanti e indietro…Questa “cosa” veniva portata in due, con la “forza” delle braccia, e senza l’ausilio delle ruote…. Che dolori ……e che vesciche e calli sulle mani di una ballerina “mancata”…. In questo trasporto dei calcinacci il momento più “divertente” era quando mi capitava qualcuno o molto più alto o molto più basso di me, oppure se qualcuno aveva il passo della gamba diverso dal mio…. Il mio posto preferito era di dietro, perché così almeno non prendevo i calci ….

non sono io, ho trovato questa foto nei nostri archivi, ma eravamo molto simili,

forse solo più vestite...

Poi mi è rimasto impresso anche  cosa vuol dire togliere le mattonelle da noi messi in precedenza con l’aiuto di uno scalpello e martello e senza dover romperne nemmeno una. Altri ricordi indimenticabili sono stati a lavorare in altezza senza nessuna protezione di sicurezza e con tanta paura di guardare giù; e a  nascondermi dal mio capo nell’interno degli enormi listelli di metallo arrotolato, dove zitta-zitta lavoravo ai ferri un maglione di lana.. Dopo diversi mesi è arrivato il momento di tagliare il nastro rosso. Siamo diventate  Vere Operaie in elettronica…

Prima che mi venisse assegnato il posto che mi spettava, dovevo fare anche un’altra gavetta. Stavolta non nel campo delle costruzioni edili, ma nel campo delle saldature. Dovevo imparare a saldare con un punta standard, completando varie schede elettroniche. Dopo di questo, sono passata alle operazioni più fini e più delicate. E dopo tutto questo sono stata selezionata, come avevo già detto all’inizio, per uno stage aziendale.

Una volta presa la decisione, siamo partiti con il treno. Erano 18 ore di viaggio.

Stazione di arrivo "Kievskaja" a Mosca

Arrivati alla stazione dovevamo a provvedere da soli a cercare l’indirizzo del posto dove dovevamo andare per soggiornare. Credo che alla “casa madre” si erano scordati nel nostro arrivo, perché oltre che nessuno ci è venuto a prendere alla stazione, e tra l’altro nemmeno è stata inviata una spiegazione dettagliata sul fatto dove dovevamo andare a dormire, visto che il nostro treno arrivava di sera. Le direttive erano di presentarsi
all’ingresso principale, presso l’ufficio di rilascio dei pass il tale giorno, punto. Il posto dove doveva svolgersi lo stage era distante esattamente 40 km dal centro di Mosca.

Zelenograd

Ci siamo
informati sui mezzi pubblici che vi ci portava e con un po’ di fatica ed avventura finalmente siamo arrivati. Bussiamo all’ingresso, si affaccia un guardiano in divisa e ci spiega che tutti gli uffici sono chiusi e che dobbiamo tornare il giorno seguente perché lui di noi non sa proprio nulla. Rimaniamo a bocca aperta. La nostra preoccupazione era la notte, dove passarla.. Era l’inizio dell’estate ed il tempo era bello, anche se si sentiva la differenza fra le temperature. Ma comunque passare la notte per strada non ci ispirava più di tanto. Bussiamo di nuovo, perché il guardiano nel frattempo aveva sbarrato di nuovo l’ingresso e gli chiediamo se gentilmente ci indica un albergo a buon prezzo. Eravamo già in pensiero, perché per l’alloggio doveva provvedere l’azienda e i soldi che avevamo con noi erano pochi per poter permettersi di pagare un albergo, ma il pensiero di dormire in mezzo alla strada ci ha spinto comunque a prendere la decisione di “investire” nella stanza di un alberghetto. Una volta formulata la nostra domanda, ci arriva la risposta che in quella circoscrizione gl’alberghi non esistono per quanto quella era  zona residenziale senza un flusso turistico e che se volevamo trovare un albergo dovevamo ritornare a Mosca città, ma che comunque lui non conosceva nessuno di questi a buon prezzo. Una volta elencati gl’alberghi centrali, i quali, per ovvi motivi economici noi non potevamo permetterci di prendere, ringraziamo e salutiamo il guardiano  abbastanza delusi e scoraggiati.  Nonostante tutto decidiamo lo stesso di andare verso la stazione ferroviaria per ritornare poi a Mosca e cercare qualche punto per trascorrere la notte. Abbiamo pensato che male che va, dormivamo alla stazione… A ché abbiamo ripreso i nostri bagagli e ci siamo incamminati verso qualche soluzione. Erano già le nove di sera passate. Una volta raggiunta la stazione, vediamo che il treno successivo sarebbe passato fra più di mezzora, ci sediamo e stanche, ma ancora speranzose aspettiamo che “qualcuno” ci portasse verso un luogo dove potevamo finalmente riprendersi dalla stanchezza. Quel qualcuno è arrivato dopo poco. Dopo nemmeno un quarto d’ora si è avvicinata una signora e parlando- parlando, chiedendo e rispondendo le raccontiamo le nostre disavventure. Commossa ci propone il suo tetto. Noi increduli di una fortuna del genere lo accettiamo molto volentieri. Ci porta in un appartamentino situato a piano terra in una piccola palazzina di pochi piani, costruita ancora nell’epoca di Khrusciov.

Era un umile appartamento, direi  più povero che umile.. Il suo frigorifero era totalmente vuoto e lei non aveva nemmeno il tè per farci riscaldare un po’ le nostre pance. Ci ha proposto di sciogliere la marmellata nell’acqua calda. Abbiamo capito che questa bevanda era anche la sua cena e abbiamo proposto di mangiare con noi le cose che avevamo portato da casa. Ne abbiamo poi parlato tanto fra noi su questo fatto, perché quel frigorifero vuoto ci aveva scioccate. Per noi, che avevamo sempre pieni i nostri ripostigli, da mangiare ne avevamo sempre, vedere la persona senza cena ci causava un vero stupore ed imbarazzo. A dire il vero, non abbiamo poi incontrato più nessuno chi vivesse nelle stesse condizioni, ma quello che ci ha scioccato ancora più è stato il fatto che proprio questa persona , senza nulla in casa, ci ha offerto un posto per dormire.. Abbiamo dormito per terra, su un pavimento ricoperto da linoleum, con qualche vecchia coperta buttata sotto e sopra.., ma a noi sembrava di stare in una reggia. La padrona della casa la mattina dopo doveva andare via prima di noi e ancora la sera ci aveva avvisato di questo, dicendo che non ci svegliava lasciandoci dormire  un poco più a lungo e dicendo che la sua porta si chiude senza chiavi. Andando via abbiamo “dimenticato” una busta con alcune pietanze, qualche soldo e un generoso biglietto con dei ringraziamenti…

Verso una certa  ora siamo arrivati all’azienda del giorno prima, la nostra “casa madre”. Siamo passati diverse ore nell’ufficio dei pass, aspettando che venissero completate le pratiche con dei permessi. Non era una cosa semplice, dovevamo ottenere vari autorizzazioni dalle varie strutture superiori e una volta completato ci hanno accompagnati nel nostro reparto.

Dal punto di vista estetico, tecnologico ed anche d’igiene questo reparto era al livello molto più alto  rispetto al nostro. Vi lavoravano solo le donne, era un reparto totalmente al femminile. I maschi si vedevano solo nel caso se qualche apparecchio non funzionava molto bene. Esisteva una squadra di riparazione formata solo da uomini. L’apparizione di un uomo nel reparto scatenava una specie di agitazione nello staff femminile, si creava un atmosfera di feeling e di flirt e c’è poco da dire, gli uomini si sentivano proprio bene in quegli ambienti. Il mio futuro marito l’ho conosciuto lì. Lui faceva parte di questa squadra, riparava gli apparecchi meccanici ed elettronici. Non è stato un colpo di fulmine, e non c’è stato nemmeno un flirt particolare. Ero ancora una donna sposata e non mi permettevo a fare alcun tipo di allusione e di illusione.  Ci parlavamo molto, scambiando vari pareri ed opinioni. Sentivo che lui mi sta corteggiando, capivo che gli piacevo, ma non  è mai stata superata la soglia del  permesso.

Rimanendo a distanza da mio marito ed avendo la possibilità di rivedere alcune cose della nostra vita coniugale, come d’altronde voleva anche lui, con  tristezza capivo che fra noi “era finita”.. Tutto ciò che riuscivo a capire ed  analizzare mi riportava a quella volta del mio ritorno dalle vacanze, capivo che proprio in quel momento dentro di me si è spezzata una corda, una corda che mi legava ad Andrei e della quale io non conoscevo nemmeno l’esistenza, una corda i due pezzi della quale io non riuscivo più annodare.. Ero triste, perché capivo che al mio ritorno dovevo ferire un uomo che era caro per me, ci legavano molte cose, ma ormai mi sentivo dall’altra parte del ponte ormai distrutto… Probabilmente lui percepiva qualcosa, perché mi mandò un telegramma chiedendomi di contattarlo a quanto prima. I cellulari in quel periodo non esistevano ancora e per effettuare le chiamate interurbane, noi stagiste, dovevamo andare alla posta. Ho chiamato ad Andrei, l’avevo sentito molto preoccupato e non ho potuto mentirgli. Avevo condiviso con lui quello che avevo capito e gli ho espresso la mia decisione. Ero rammaricata, capivo che lo ferivo, ma non riuscivo a trovare la forza in me di dirgli le bugie, dirgli che andava tutto bene, che lo amavo come prima e che tornavo a casa per restare con lui…

Il giorno dopo Andrei già stava a Mosca.. Non saprei descrivere come mi sentivo in quei momenti… Una donna fallita?  Una donna che non è riuscita a superare tutti gli ostacoli, che non ha potuto recuperare i vecchi sentimenti, una donna che stava tradendo la fiducia del marito, la fiducia nel essere superiore ad ogni difficoltà che  si presentava sul nostro percorso comune….? Mi sentivo come un verme, come una vigliacca…., ma capivo che lasciarsi definitivamente era l’unica soluzione per noi.. La totale felicità non poteva più fare parte della nostra famiglia, che continuando vivere insieme eravamo destinati ad una vita piena di finzione e per me non era una cosa ammissibile. Credo che  in fondo anche lui viveva e capiva la stessa cosa.. Non abbiamo parlato molto, non ce n’era bisogno.. Ci siamo capiti perfettamente…Nel pomeriggio abbiamo fatto lunghissime passeggiate nel bosco, nel totale silenzio e la notte l’abbiamo trascorsa abbracciati, senza chiudere gli occhi… Per l’ultima volta…

La mattina dopo Andrei ha ripreso il treno, il nostro ultimo saluto era quasi silenzioso. Ci siamo detti poche parole di ringraziamento per tutte le cose belle che abbiamo potuto dare uno all’altro, poi ci siamo baciati…….e ci siamo detti addio….per sempre….

 

Segue.....

 

Questa foto non riguarda questo capitolo, ma facendo le varie ricerche l'ho trovata in Internet. Dietro a questo palazzo, nel suo cortile, ho passato la mia infanzia. Lì, dietro a quelle mura c'è il palazzo con la mia casa paterna. Ogni giorno io passavo qui davanti per andare a scuola, per andare al negozio o semplicemente per andare a spasso con degli amici. Quando l'ho vista, il cuore mi batteva a mille.. Sono più di quindici anni che non vado più in questa citta.

Ecco, volevo solo condividere la mia emozione....

P.s. nel frattempo mi è giunta la notizia che nell'edificio dove era la mia azienda elettronica ora è dislocato un ipermercato...

La vita va sempre avanti...... e noi viviamo di ricordi...

 

 

 N.

 

Non tutte le  foto qui pubblicate rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e  luoghi di cui parlo . 

 

30 April

Ricordi di una vita - Conservazione e Categorie

 

 

 

RICORDI DI UNA VITA

IV capitolo

"La vita in Ucraina"

 

Terza  parte – CONSERVAZIONE  

Durante quella mia vacanza campagnola ho mangiato dei cibi diversi da quelli che mangiavo di solito in città. Erano diversi anche perché erano freschissimi e poi le donne ucraine sono delle buone massaie ed ottime cuoche, soprattutto quelle di campagna. Sono instancabili lavoratrici. Praticamente tutta la casa si regge sulle loro spalle e inoltre loro lavorano anche nei campi, e sbrigano tutti lavori domestici compreso la cura degli animali da cortile, dell’orto e del giardino.

Fra tantissime usanze e tradizioni una delle più diffuse è la conservazione dei prodotti. A questo argomento bisognerebbe dedicare un  capitolo a parte, per quanto era importante per noi.  Essendo l’inverno freddo e lungo dovevamo provvedere a riempire le nostre cantine e i  ripostigli di barattoli contenenti di tutto e di più. Moltissime cose venivano prodotte anche dalle aziende dello stato, ma non ci piaceva la varietà che ci veniva proposta,  poi pesava economicamente, però uno dei motivi principali era il fatto che ogni donna aveva dei suoi segreti culinari e cercava di stupire con la sua bravura.

Uno dei modi famosi della  conservazione era la salamoia, che veniva fatta nelle botti di legno. Nelle case più povere ci si arrangiava anche usando dei grossi pentoloni smaltati. Si potevano conservare in questo modo gli ortaggi come i pomodori, i cetrioli, la verza, i cocomeri; erano ottimi anche il pesce ed i funghi. Vorrei aprire una parentesi dicendo che questo tipo di pietanza era un ottimo accompagnamento per la vodka e tra l’altro il succo della verza, fermentata e conservata in questo modo, ha le proprietà curative nei casi dei gastriti, coliti e anche nelle cure delle ulcere gastriche.

 

Un altro modo molto diffuso di conservazione erano le marinate. In questo caso più o meno gli stessi ortaggi venivano messi marinati nei grossi barattoli di vetro.

Ma la vera arte della conservazione erano le marmellate e la frutta sciroppata. Esisteva una quantità di ricette pari alla quantità delle donne . Essendo diffusa l’abitudine di prendere sempre il the, le marmellate erano praticamente obbligatorie   sulla nostra tavola. Solo nella mia cantina si contavano una buona trentina di varietà di marmellate.

Con un vero piacere ed un pizzico di ironia, vi regalo un paio delle mie ricette di famiglia.

 

Visciole  ripiene:

trovate le visciole

snocciolatele  una per una

riempitele  sempre una per una con un pezzetto di noce

ricoprite con lo zucchero in proporzione 1:1 e lasciatele riposare   una mezza giornata per far uscire il succo

smuovetele  attentamente e mettetele sullo spargi fiamma

portandole all’ebollizione

fate freddare

riportate di nuovo all’ebollizione

fate freddare di nuovo

continuate così per cinque o sei volte, e  anche di più secondo l’acqua contenuta nelle visciole

una volta addensato lo sciroppo mettete nei vasetti e chiudete.

Buon appetito!

 

La stessa cosa si può fare anche con delle susine, ma vi consiglio di usare quel tipo di susine dove l’osso si separa facilmente dalla polpa.

Ho una ottima ricetta per le pere con le fette di limone e per l’uva spina con le foglie del visciolo.

 

Ritornando alla conservazione. Il periodo “caldo” per fare tutto ciò erano i due mesi:  agosto e settembre, ma per alcuni tipi di frutta di stagione si cominciava già da giugno. I mesi estivi in Ucraina , come in Italia, sono i più caldi e per passare ore e ore davanti ai bollitori ci vuole un po’ di resistenza e di buona volontà. Diciamo che eravamo molto motivati. La vera e stimolante motivazione era la forza di sopravvivenza, perché, come dice un proverbio Ucraino: “se non  prepari i slittini d’estate, non slitti durante l’inverno”, e questo ci dava tutte le forze per affrontare le saune nelle nostre cucine. Si lavorava vestiti  solo di  biancheria intima e credo che era un periodo preferito dai nostri uomini.

Oltre alla conservazione si provvedeva a riempire le nostre cantine anche di patate , di verze e di angurie. L’anguria era uno dei nostri frutti preferiti. Per fortuna ha una durata di mantenimento abbastanza lunga. Mi ricordo che l’Istituto di Progettazione edile dove lavorava mio papà provvedeva al rifornimento delle famiglie degl’impiegati, facendo degli accordi con delle cooperative agricole. Queste cooperative ci portavano dei quintali di cocomeri, di patate e di verza, e a volte anche di pomodori e di altri prodotti alimentari che venivano a loro ordinati. Alla fine d’estate e durante l’autunno, la nostra casa (in totale erano 48 mq), compreso il balcone di 2 mq si riempiva di cocomeri e la cantina era sommersa dalle patate, ma questo fatto non ci scomodava molto, perché l’inverno tranquillo e sazio veniva assicurato. Fare gl’acquisti del genere economicamente era molo più vantaggioso che comperare  tutto nei negozi.

 

CATEGORIE E RIFORNIMENTO

Nonostante che i prezzi dei prodotti erano studiati appositamente per le nostre tasche, facendo gli acquisti stagionali, la quantità ci permetteva di risparmiare parecchio e spendere magari nei vestiti, nei passatempi culturali, nelle vacanze, oppure semplicemente depositando sul conto bancario.

Il rifornimento del paese è un argomento a mio avviso molto interessante.

Era molto curioso il fatto che tutta l’ex Unione Sovietica era divisa a settori. Diciamo che ad ogni paese o città era assegnata una certa categoria che delimitava, dal punto di vista di quantità e di qualità, il rifornimento dei vari generi, dagl’alimentari a quelli di largo consumo … La campagna era più penalizzata da questo punto di vista.. Mi è capitato a volte di non poter comperare nemmeno il pane, perché con i generi alimentari era fornita al minimo.. La campagna doveva provvedere all’alimentazione per conto proprio… Le città un po’ più grosse avevano la categoria superiore e sicuramente legata alle industrie presenti sul territorio e alla loro importanza.. La categoria extra era assegnata solo a Mosca.. Qui praticamente non esistevano i limiti nei rifornimenti, a Mosca si trovava tutto. Ovviamente tutto il popolo sovietico, con le prime opportunità che si presentavano, faceva un viaggietto verso la Capitale per fare un po’ di shopping..

La qualità di vita di ogni singolo individuo e da qualsiasi parte o angolo Sovietico si basava sulle conoscenze.. Anche per vestirsi e per avere le cose che di solito non si trovavano nel libero commercio, ma che erano riservate “per pochi” bisognava avere delle conoscenze. Per conoscenze si intende un’impiegata/o  nei magazzini all’ingrosso, oppure nei magazzini riservati agli ufficiali militari, oppure qualche conoscente presso una struttura che curava il rifornimento dell’Amministrazione Comunale, Provinciale o Regionale.. Erano diverse categorie “protette” che erano “al servizio del popolo”, loro potevano avere anche le banane e le fragole d’inverno e noi mangiavamo i nostri cetrioli in salamoia accompagnati dalla vodka. Anche per avere una spintarella per  avere una casa oppure per avere un miglior posto di lavoro, nonostante che questo non ci è MAI mancato, serviva una parola magica, “vengo da parte di Ivan Ivanovic” e spesso anche un “present” e cioè una mazzetta, un dono, un qualcosa che dimostrava il tuo grado di gratitudine e di volontà di ottenere quello che chiedevi.

Direi una cosa sbagliata dicendo che tutto il popolo viveva secondo queste regole, ma una buona parte, sì.

La cittadina dove sono vissuta io era abbastanza fornita… Non mi sembrava che mi mancasse nulla.. Non mangiavo la frutta tropicale, ma a cosa mi poteva servire se io avevo un camion di cocomeri sotto il mio letto?  Non mi vestivo con l’abbigliamento firmato, ma a cosa mi poteva servire se noi non seguivamo le mode e le tendenze?  Volevamo essere uniche e cercavamo di distinguersi, cucendo anche da soli i nostri vestiti. Non posso dire che si compravano i vestiti con grande facilità. Per trovare le cose originali, diverse o che comunque ci si addicevano, serviva di andare “a caccia”. Eravamo come veri segugi.. Io ero abbastanza fortunata. Grazie alla simpatia e alla comunicabilità della mia nonna materna e di altri parenti da parte di mia mamma, sono stata inserita in un ottimo circuito sociale e lavorativo. Subito dopo aver finito la scuola, sono stata assunta come segretaria personale del Direttore generale di un’industria che produceva  proiettori cinematografici con più di mille dipendenti. Questo posto mi dava l’accesso alle diverse cose che potevo fare come  i favori alle persone esterne che poi contraccambiavano. Per essere un po’ più chiara su questo argomento vorrei fare un esempio. Uno dei reparti di questa industria  era una falegnameria e siccome le botteghe di falegname non esistevano, alcune persone che conoscevo, non avendo la possibilità di ordinare ad un falegname un oggetto  si rivolgevano a me, ed io  passavo l’ordine. Alla realizzazione dell’oggetto, questo veniva pagato, a volte anche in privato, rimborsando all’azienda solo il costo del materiale. Nel futuro i favori venivano scambiati ovviamente, sempre pagando i costi. Qualcuno, anzi in molti anche rubavano, sottraendo allo stato e nascondendo le tracce e forse questo a lungo andare è stato uno dei componenti che ha portato il paese alla rovina. E’ nato anche un detto popolare “se non rubi, non sopravvivi”. Molte aziende, combattendo con queste anomalie hanno cercato di dare l’opportunità di acquistare gli articoli, da loro prodotti o distribuiti, al prezzo di costo. Questo ha contribuito alla proliferazione del mercato nero, perché nonostante che si produceva  tutto il necessario e a quantità enormi, i nostri negozi spesso splendevano dal vuoto oppure proponendoci le cose del tutto inutili o semplicemente brutte.

Così in breve tempo, grazie ai miei cari,  io avevo fra i miei “amici” una signora che lavorava presso un ingrosso di abbigliamento, un'altra presso l’ingrosso tessile, una era impiegata comunale, e poi conoscevo anche un Direttore del kolchoz che ci viziava con delle delizie della campagna.. Oltre che a contraccambiare ogni tanto i favori, aiutavo loro anche nella vendita fra i miei amici, “piazzando” dei vestiti, delle stoffe, dei servizi da portata, delle stoviglie, dei bicchieri di cristallo e di un sacco di altre cose che non potrei nemmeno stare ad elencare tutto, arrotondando in questo modo anche il mio stipendio.

Però, andare a Mosca per fare lo shopping era fra i sogni di moltissime donne… perché si trovavano delle cose speciali e noi volevamo essere speciali..

 

             

Segue.....

 

 

 N.

 

Non tutte le  foto qui pubblicate rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e  luoghi di cui parlo . 

 

24 April

Ricordi di una vita - La mia 1° visita in campagna

 

 

 

RICORDI DI UNA VITA

IV capitolo

"La vita in Ucraina"

 

II°  parte 

LA MIA PRIMA VISITA IN CAMPAGNA

Quando ho finito la quarta elementare, durante l’ estate, per la prima volta ho visitato e ho vissuto per due settimane in campagna. Mia nonna materna era andata a trovare una sua amica d’infanzia e mi  ha portato con lei. Tutto quello che vedevo era nuovo per me e il mio stupore  era infinito. Mi piaceva tutto, mi piaceva  il fatto che ogni persona che  incontravamo ci salutava senza conoscere né chi eravamo né da dove provenivamo.

Mi piaceva di vedere come andava munta la mucca e mi piaceva anche di mungerla; mi piaceva di portare da mangiare ai maiali e mi piaceva guardare con  quale appetito e rumore loro consumavano il pasto; mi piaceva portare la capretta a spasso; mi piaceva  sentire la polvere caldissima e soffice sotto i miei piedi nudi; mi piaceva  correre nei campi di grano e sdraiarmi poi sulla terra, sentire il sussurro delle spighe e guardare le nuvole che correvano su un cielo così azzurro…; mi piaceva  raccogliere dei fiorellini azzurri e bianchi e farmi con loro una corona per i capelli; mi piaceva uscire di casa quando pioveva, bagnarmi, poi spaccare la crosticina sulla polvere bagnata e  sentire dopo il suo profumo… e poi mi piaceva scendere nel tinello, dipinto tutto di bianco e con tanta freschezza dentro. Adoravo sentire quel contrasto del caldo e freddo. Mi piaceva sentire i brividi sulla mia pelle … e poi il suo odore… L’odore del tinello era inconfondibile, era un misto emozionante,  quasi inebriante di mille odori; odori del vino, della vodka fatta in casa, delle botti contenenti ortaggi salati,  delle patate e di altre verdure, della carne essiccata e di mille altre cosine alimentari. Del luogo dove mi trovavo, mi piaceva praticamente tutto, anche sverniciare e riverniciare il tetto ricoperto dai listelli di lamiera, un lavoro che mi è stato dato con una grande fiducia nelle mie capacità. Avevo solo 11 anni ed il fatto che mi era stato affidato un lavoro così importante , come curare il tetto di una casa, mi faceva sentire importante ed io ero orgogliosa di me stessa per aver ispirato così tanta fiducia.

Tutto era molto bello!

L’unico terrore per me erano i tacchini!  Non so il perché , ma io a loro stavo antipatica e loro cercavano sempre di pizzicarmi correndomi appresso, gorgogliando e  gonfiando quella  rossa crescenza sul becco. Mamma mia .., quanta paura loro riuscivano a suscitare in me….! Dovevo fare sempre un giro largo dalla zona dove loro passeggiavano in piena libertà.

Le comodità, in una casa rurale ucraina, erano poche. I servizi igienici, nella maggior parte dei casi, erano fuori casa. Questi servizi di solito venivano inseriti in  una piccola casettina di legno, con una pedana ed un buco al centro.

"Versione estiva"

Per tantissimi anni al posto della carta igienica venivano riciclati i giornali. La cosa simpatica è che spesso l’acquisto del giornale dal giornalaio era dettato, non solo dall’informazione pubblicata nell’interno, ma anche dalla morbidezza della carta e dalla qualità della stampa, nel senso della perdita del colore… Probabilmente qualcuno chiederà come si faceva di notte oppure d’inverno. Non era molto complicato. Per la notte si usava, come nei tempi antichi,  il sechio .   

                                          "Versione invernale "          

 

Invece d’inverno si cercava di sbrigarsi con tutto ciò e poi, ovviamente, non si leggeva il giornaletto. 

In cucina si usava la bombola del gas, ma in molte case, dove abitavano le persone anziane  spesso si cucinava nel forno a legna. La tecnologia di costruzione di questi forni  in Ucraina e in Russia erano diverse, ma entrambe erano state studiate  non solo per preparare da mangiare, ma anche per riscaldare la casa e anche il letto. Si! Si dormiva tutti insieme sulla stufa. Nel periodo estivo veniva chiusa una valvola che permetteva di non riscaldare la zona notte della stufa.

(sul lato più grande, sulla destra, si dormiva; sul lato estremo sinistro si lasciavano nel caldo le pietanze; e nella bocca della stufa si cucinava)

In molti paesini ancora esistevano le case costruite con dei panetti fatti con l’impasto del letame delle vacche ed il fieno, essiccati poi al sole. Cosa faceva da legante fra questi panetti nella costruzione della casa io certamente non lo so.

 

       

Ricordo poche cose tecniche, mi ricordo ad esempio  che il tetto era coperto con la paglia e sul pavimento, dentro casa era messa tanta erba profumata e morbida (antenato del nostro condizionatore d’aria fresca). La freschezza che riusciva a mantenere questa casa in una caldissima estate ucraina era stupefacente, e mi dicevano che anche d’inverno il caldo si manteneva a lungo.

L’acqua dentro casa veniva portata con dei secchi dai pozzi artesiani, attrezzati con la pompa. Ogni casa aveva un suo pozzo.  In alcuni paesi, più antichi, ancora si vedevano e tra l’altro venivano anche usati, dei  pozzi dove l’acqua veniva presa buttando il secchio nella profondità, con l’aiuto di una catena  poi si tirava  su, facendo girare una manovella. 

Non era un esercizio facile. Il sistema più facile era “zhuravl”  o “cicogna” tradotto in italiano. Questo nome è stato assegnato grazie alla sua forma. Un sistema molto diffuso, ma che poteva essere usato solo nei pozzi bassi, dove la falda passava quasi sotto il suolo della terra ad una profondità attorno ai 6 metri, oppure si usava nei pozzi che venivano creati per raccogliere l’acqua piovana.

Nei miei tempi i secchi venivano poi portati a mano, ma ancora poco tempo prima, le donne agganciavano due secchi sull’estremità di un arco che  poi appoggiavano su una oppure su entrambe le  spalle. Devo dire che ci ho provato anche io e mi sembrava che la mia spalla  si spezzasse da un momento all’altro.

                                                                                                                           Per

 

 

Per lavare i piatti  bisognava riscaldare l’acqua.     Le stoviglie  venivano lavate nelle bacinelle, ma senza usare dei saponi per i piatti perché quest’ultimi non esistevano proprio. Anche per lavarsi la sera, bisognava riscaldare l’acqua, forse per questo motivo si usava  fare i bagni a fondo alla fine della settimana.

 

Questi  spesso venivano fatti nei così detti “banja”, una tradizione antichissima simile alle saune finlandesi, solo che andava fatta con tanto vapore e con dei massaggi fatti usando dei finissimi rametti di betulla o di quercia ammorbiditi precedentemente nell’acqua calda.

Spesso, per curare la pelle, si usava anche il miele ed altri infusi d’erbe officinali. D’estate ci si “sciaquettava” nei giardini o nelle docce estive, dove l’acqua veniva riscaldata dal sole.

"io, con il vestito della nonna, e papà"

Le “cabine docce” venivano collocate, ovvero “accroccate”,  nei giardini ed inserite sempre in una casettina di legno, oppure, nei casi più disagiati erano delle strutture fatte di palanche con del cellofan inchiodato attorno.

Diverse famiglie, magari un po’ più giovani e benestanti, avevano potuto  provvedere a costruire i locali per i servizi igienici dentro casa, ma una buona parte degli abitanti di campagna e soprattutto gli anziani, in quel periodo non avevano queste comodità ed opportunità.           

Comunque non vorrei dare un’immagine distorta di quello che era la vera Ucraina. Nel mio racconto cerco di far capire la varietà, la vastità e la convivenza delle varie epoche della vita ucraina. Ogni paese della  campagna era diverso dall’altro. Anche nello stesso paese la vita era di vari livelli. Esistevano le famiglie più e meno agiate. Questo spesso dipendeva dai kolchoz, da come riuscivano a far gestire le economie e a far crescere la loro azienda. Inoltre il benessere delle singole famiglie dipendeva da loro stessi, più prodotti  producevano sulla loro terra privata e più potevano vendere nei mercati delle città e questo era un ottimo guadagno che veniva aggiunto allo stipendio che percepivano normalmente dallo stato per il loro lavoro presso l’azienda agricola. Questi introiti permettevano loro di costruire delle belle e grosse case, praticamente ville, con varie comodità e servizi dentro casa. Gli ucraini venivano considerati tra i più ricchi fra vari concittadini sovietici. 

              

Segue.....

 

 

 N.

 

Non tutte le  foto qui pubblicate rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e  luoghi di cui parlo . 

 

18 April

Ricordi di una vita - Ucraina, anni 60-80

 

 

RICORDI DI UNA VITA

IV capitolo

"La vita in Ucraina"

 

Prima di proseguire con il racconto della mia vita nella capitale Sovietica, vorrei raccontare la vita in Ucraina, le tradizioni, le usanze. Credo che sono le cose che a lungo  andranno a sparire del tutto .

 

Prima parte - CAMPAGNA

L’Ucraina, fra tutti paesi Sovietici, era uno dei paesi più ricchi dal punto di vista agricolo, grazie alla sua fitta rete idrica, alla lunghezza delle sue coste lungo il Mar Nero e il Mare di Azov, alla quantità enorme dei boschi, alla terra fertile, al clima mite e per molti altri aspetti. Questo paese, da tutti conosciuto come Il Granaio d’Europa, negli anni della mia infanzia già cominciava a risentire i primi sintomi del futuro degrado nel campo dell’agricoltura, ma all’ora era ancora  lieve e poco percepibile.. Molti giovani, cercando una vita migliore migravano verso le grandi città abbandonando le loro campagne, le loro terre, le loro famiglie.. A casa rimanevano le persone, sempre più anziane che non erano in grado di badare alle enorme distese agricole.

Per far fronte alle necessità dei raccolti, gli abitanti delle  città spesso venivano inviati con delle “gite organizzate”, nei campi agricoli per dare loro aiuti fisici nei periodi di grande raccolte. Venivano praticamente stipulati degli accordi fra le amministrazioni, creando dei calendari secondo i quali vari strutture come le fabbriche, gli uffici, le scuole superiori, gl’istituti ed altri dovevano partire durante le loro giornate lavorative.  Questi aiuti iniziavano con le prime raccolte a giugno e finivano a novembre.  Divertente era anche il trasporto.. Si viaggiava su un camion, seduti per terra. Io personalmente sono stata partecipe a diverse “operazioni”, fra la raccolta stessa e il diserbamento  nei campi. Fare quest’ultimo,  mi era capitato solo una volta. Avevamo un’infinità di estensione di terra da zappare, la fine della quale il mio occhio non vedeva, e non sto scherzando. Ad ognuna di noi  (in questo caso venivano inviate solo  le donne) ci veniva consegnata una zappa e andava affidata una striscia con dei peperoni piantati, dovevamo togliere l’erbaccia ed aerare la terra. Volendo  approfittare anche del sole, per prendere un po’ di colore ci siamo spogliate, mettendo addosso il costume da bagno. I nostri vestiti e i pranzi a sacchetto venivano appoggiati in una piccola striscia degli alberi che dividevano una piantagione dall’altra. In queste strisce di solito si riposava durante la pausa pranzo. Come potete già immaginare la mia schiena dopo poco tempo era dello stesso colore dei peperoni sul campo. In quei anni da noi ancora non esistevano le creme protettive e ci proteggevamo dal sole solo non spogliandosi. Anche le mie mani e la  mia spina dorsale se ne sono risentiti. Sono tornata a casa piegata a metà, con delle verruche sanguinanti sulle mani e ho dormito appoggiata sul tavolo perché la mia pelle non voleva nemmeno veder di vista un lenzuolo….. L’unica soddisfazione è stata di aver portato a casa un secchio di peperoni regalatoci generosamente dall’azienda agricola per il nostro impegno.  

Altre volte sono state meno traumatizzanti. Una volta mi sono capitate le fragole, un lavoro difficile per quanto è quasi certosino. Ma in questo caso abbiamo potuto  comprare diverse casse di fragole, sempre da noi raccolte, ad un prezzo molto , molto conveniente. Questo mi ha fatto passare tutti i miei dolori e la stanchezza. Solo fare la raccolta delle patate non mi piaceva. Era un lavoro poco “creativo” e molto sporco, richiedeva anche parecchi sforzi, perché prima dovevamo vangare il terreno e poi estrarre i bulbi. Solo in pochi casi mi è capitato che prima veniva mandato un trattore che girava la terra e poi  venivamo noi con le vanghe e le zappe estraendo le patate. Il ricordo più divertente che ho  di questi  miei lavori nei campi ricade sulla raccolta delle rape rosse. Avevo già attorno a 19 anni e lavoravo presso una grossa industria. E’ stato mandato tutto il nostro collettivo, maschi e femmine comprese, che contava una sessantina di persone.

Già eravamo affiatati nella nostra quotidianità lavorativa, figuriamoci in una “gita” come questa. Era già novembre, un mese abbastanza freddo, quando

ci hanno comunicato che dovevamo partire all’indomani.

Mi sono trovata in una grande difficoltà con il vestiario, perché oltre alle scarpe con il tacco a spillo ed ai tallieur, nel mio armadio si trovava solo una tuta e un paio di scarpe sportive e questo non mi sarebbe servito in quei campi dove il freddo già si faceva sentire molto. In quei giorni ha cominciato anche a nevicare e tirava un forte vento. Dovevo inventarmi a tutti i costi un qualcosa. Un mio vicino di casa, un signore su una sessantina d’anni era un pescatore accanito e praticava anche la pesca invernale sotto al ghiaccio. I pescatori come lui hanno un equipaggiamento particolare. Si vestono con tute che hanno nel loro interno dell’ovatta pressata e ricoperte dall’esterno da un tipo di cotone molto compatto. Questo tipo di vestito da noi si chiama “telogrejka”,  visivamente è  poco estetico, diciamo quasi brutto, ma è l’unico tipo di indumento che è in grado di proteggere dai forti venti e dal freddo, tanto vero che gli abitanti della campagna si vestivano d’inverno solo con telogrejka. Ho pregato il mio vicino di prestarmi sia la tuta, che la stessa telogrejka. Potete immaginarmi come potevo essere con la mia taglia 42 vestita in una cosa già di per se stessa grossa e per di più di 13 taglie più grande della mia…? Mi sembrava di essere una cosmonauta, pronta per il lancio. Alla mia vicina di casa ho chiesto di prestarmi dei stivaletti di gomma sotto i quali ho infilato tre paia di calzettoni, più un cappello con delle “orecchie” che si allacciavano sotto al mento. I guanti li avevo già. Solo a guardarmi nello specchio scoppiavo dal ridere, ma la bellezza in quel momento mi interessava relativamente, sapevo dove andavo, la mia missione era molto pericolosa per la mia salute. Da mangiare e da bere si portava sempre da casa e anche io ho preparato alcune cose per aggiungerli poi ad un pranzo comune con gli altri, si bandiva sempre un’unica tavolata (in questo caso per terra). 

Una volta arrivati sul campo, i nostri maschi avevano organizzato i lavori ed avevano assegnato i compiti. Alcune donne, più forti e resistenti andavano con loro a raccogliere le rape rosse, invece le altre , “fiorellini” come me, erano mandati “in cucina”!!!! Si! I nostri maschietti hanno deciso di organizzare anche un falò, cucinare una minestra calda, poi per il secondo dovevamo preparare dei spiedini di maiale ed abbacchio  accompagnato dalla nostra famosa kascia, che sarebbe uno dei cereali a scelta lessato nell’acqua e condito con il burro, come antipasto e il post pasto si consumavano una marea di intrugli dai salami e formaggi agli ortaggi marinati o salati e tutto generosamente innaffiato dalla vodka. Non so con l’esattezza quanto siamo riusciti a raccogliere prima del pranzo, ma posso dire con la certezza che dopo il pranzo non abbiamo raccolto nemmeno una rapa! Dai vari raffreddori io mi sono salvata con la mia tuta, invece i miei colleghi si sono salvati grazie ai litri di vodka che hanno fatto a loro da disinfettante e da un generatore di calore…. Da noi si lavorava così… C’era il tempo per il lavoro sodo e c’era il tempo anche per un divertimento, ma sempre uniti nei grossi collettivi…

 

 "la steppa ucraina"

Parlando delle piantagioni, per immaginare una dimensione più o meno reale si potrebbe fare un riferimento alle steppe russe, ma in questo caso coltivate con delle varie colture fra le quali  il grano, l’orzo, il granturco, il miglio, l’avena, il grano saraceno, la segale; altri tipi di cereali, i piselli, i fagioli, gli ortaggi tipo pomodori, peperoni, melanzane, cetrioli, alcuni tipi di frutta tipo le mele e al sud, nella zona di Krimea,  veniva coltivata l’uva. Ma le piantagioni più diffuse, almeno nella zona centrale dove abitavo io,  erano di patate, di rape rosse e quelle da zucchero,  di verza e di carote.

La gestione di queste terre erano affidate alle aziende agricole chiamati Kolchoz e Sovchoz. Sono due abbreviazioni e in entrambi i casi si tratta della azienda agricola rurale, a differenza che nel primo caso la gestione è “collettiva” e in secondo caso, è “sovietica”.

Non so esattamente quale è stata la differenza di fondo fra i kolchoz ed gli sovchoz, mi ricordo qualcosa dai insegnamenti a scuola che si tratta della grandezza di azienda, della gestione delle terre e delle economie corrispettive. Ad esempio, le terre degli  sovchoz appartenevano sempre allo stato e oltre alla coltivazione, quest’ultimi  fungevano da una grossa fattoria statale che vendeva i prodotti agricoli all’imprese di distribuzione  all’ingrosso.

I kolchoz avevano la terra  in gestione gratuita e ad uso perpetuo, ma in cambio dovevano coltivare i prodotti decisi dallo stato nelle quantità ed a prezzi da questo indicati..

Tra l’altro le persone che lavoravano per i kolchoz oltre che a percepire uno stipendio, avevano di diritto e sempre ad uso  proprio, gratuito e perpetuo degli appezzamenti di terra che variavano secondo la grandezza dell’azienda, ma non era mai inferiore ai tre ettari. Questo permetteva loro non solo di costruire la casa, ma anche a provvedere all’alimentazione della propria famiglia e alla vendita dei prodotti in  eccedenza o presso lo stesso kolchoz, oppure presso dei mercati ortofrutticoli nelle città limitrofe, perché non esistevano delle limitazioni che potevano impedire ad esempio all’allevamento dei animali da cortile in casa o di altri tipi di limitazione.  

Avevo fatto anche io la venditrice al mercato. Ero ancora una ragazzotta, quando passando la mia solita vacanza dalla mia nonna paterna, dopo aver raccolto le visciole ho dovuto andare con la nonna al mercato ortofrutticolo della città per vendere la nostra raccolta. Erano soltanto tre secchi di visciole. La nonna ne portava due ed io uno solo. Dopo aver pagato presso uno sportello del mercato la tassa per l’occupazione del suolo, ci siamo accomodati sul posto a noi assegnato. Accanto a noi vi erano altre persone tipo noi che avevano portato ognuno le sue “eccedenze ortaggi”. Mi sono divertita a giocare a fare una commessina, ma la concorrenza era tanta e abbiamo messo  una mezza giornata per finire tutto. La nonna andava al mercato abbastanza spesso per vendere diverse verdure o la frutta. Per poter vendere non bisognava essere un operatore del settore, lo poteva fare chiunque. C’è da dire che il pezzo di terra che aveva mia nonna non era più grande di 600 mq ed era dislocato nella prima periferia di una città industriale che contava già all’ora più di due milioni di abitanti. Nonostante la sua ridotta dimensione, questo pezzetto di terra riusciva a produrre a sufficienza e poter deliziare, con dei suoi frutti, verdure ed ortaggi non solo la mia nonna, ma anche la famiglia della zia che abitava nella stessa città. Ed oltre a mangiare i prodotti  stagionali,  si faceva anche la conservazione e poi la nonna riusciva pure a vendere qualcosa al mercato, come già avevo raccontato sopra.

              

Segue.....

 

 

 N.

 

Le foto qui pubblicate, non rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e  luoghi di cui parlo . 

 

09 April

Ricordi di una vita - I° Matrimonio

 

 

RICORDI DI UNA VITA

III capitolo

"I° Matrimonio"

 

Avevo 17 anni e 36 giorni quando mi sono sposata per la prima volta.. In Ucraina il matrimonio per una “donna” è permesso dall’età di 16 anni, quindi non appena avevo finito la scuola, io e il mio futuro sposo,  abbiamo presentato al Municipio la nostra domanda per l’unione coniugale…

Mio marito aveva esattamente 10 anni più di me.. Era un bel ragazzo, ovviamente era anche il mio Primo Amore, il mio Primo Uomo ed io non potevo immaginare la mia vita fuori dalla sua..

I preparativi al matrimonio, all’epoca, erano molto più semplici  rispetto a quelli che di solito si usano in Italia. I punti principali erano: gli abiti, gli anelli, il trasporto, i fiori per la sposa, il locale per i festeggiamenti. Non esistevano le bomboniere, i regali dopo il pranzo, la cerimonia in chiesa, che ora è stata ripristinata per coloro che la vogliono.  Non si impazziva con la divisione a gruppi nei tavoli, perché veniva bandita un’unica tavolata lungo il perimetro della sala e nello spazio centrale si ballava fra una portata e l’altra.. Poi non si andava nemmeno in viaggio di nozze, non esisteva questa usanza, magari solo qualche coppietta che cercava di abbinare le ferie dell’anno a questo evento.

I festeggiamenti nuziali in Ucraina di solito si svolgono con tanto chiasso, in presenza di un centinaio di invitati. Si beve e si mangia a volontà per un paio di giorni, con l’accompagnamento della musica e dei balli. Il matrimonio è una Grande Festa, piena di allegria.

Noi non volevamo fare troppo “rumore”, non mi piaceva e non piaceva nemmeno ad Andrei, così si chiamava il mio primo marito. Il mio abito da sposa me lo sono cucita da sola e ho creato anche il mio bouquet. Lo stesso anche per il trucco e per il manicure, in quel periodo ancora non esisteva una figura come il visagista e quindi ci si arrangiava sempre da soli. Solo i miei capelli li ho affidati alle mani di un parrucchiere.

 Per il pranzo ci siamo uniti  in un ristorante.  Eravamo una quarantina fra amici e parenti, si conoscevano tutti e ci siamo divertiti in un ambiente famigliare..

Purtroppo il nostro matrimonio non è stato tra i più felici. Ho pianto per due anni e mezzo.. Non riuscivo ad adattarmi alle richieste di Andrei perché venivano cambiate ogni giorno.. Quello che ieri era nero, all’indomani diventava bianco, quello che era amaro, diventava dolce, quello che gli piaceva prima, non gli piaceva dopo e così via .. Avevamo all’improvviso gl’interessi totalmente diversi. Io volevo costruire una famiglia, lui voleva ancora  divertirsi. Durante ogni piccola discussione lui mi minacciava con il divorzio , io regolarmente scoppiavo in lacrime, lo supplicavo di non abbandonarmi e a volte mi mettevo anche in ginocchio supplicandolo di non lasciarmi..

Non so perché, ma ero proprio convinta che oltre lui, non mi avrebbe amato più nessuno e che nessun  uomo avrebbe posato il  suo sguardo su di me..

Il fine definitivo del nostro rapporto è accaduto in modo molto curioso..

Ad entrambi ci sono state assegnate le ferie a febbraio, un mese che da noi era abbastanza  insolito per le ferie. Durante questo periodo si può solo che rimanere a casa.. Esistevano poche possibilità di trovare qualcosa per le ferie invernali, ma non mi andava di buttare tre settimane di vita mia in questo modo e mi sono data da fare. Ho trovato due  posti in un villaggio turistico in montagna nella zona dei Karpazi con delle piste da sci. Gliel’ho comunicato con tanta gioia , ma lui rifiutò.. Proibì di andare anche a me.., ma stranamente io disobbedii. Fui stupita di me stessa, ma decisi di non retrocedere..

Sono stati dieci giorni di piena allegria. Per la prima volta trascorrevo le mie vacanze da sola fuori dai luoghi famigliari, in un villaggio turistico.. Ho imparato moltissime cose, anche a sciare con gli sci di montagna. Dopo tre giorni di preparativi sulla base, abbiamo fatto due trasferte a piedi camminando sulla neve,  fino alla cima dei due monti. Dormivamo nelle baite, nei sacchi a pelo, tutti insieme maschi e femmine. Lo stanzone era tipo camerata, ma senza la divisione a letti separati. Erano due livelli a castello di tavole inchiodate una presso l’altra e coperte con dei materassoni.  Le femmine dormivano sul piano superiore ed i maschi su quello inferiore.  I bagni e cioè, il bagno era esterno, in una casettina di legno con una pedana bucata al centro. La carta igienica non esisteva in quei posti, ma esisteva un grande chiodone con dei pezzi dei quotidiani appesi sopra, tagliati da qualche mano accurata a quadratini su misura.

Per affrontare la quotidianità venivano creati dei turni per la preparazione dei pasti, per le pulizie e per la sorveglianza. Non saprei ora dire da chi ci si sorvegliava, forse dagli orsi che ce n’erano a volontà. L’acqua veniva portata nei contenitori con ogni gruppo e dovevamo stare attenti al consumo. Una volta fatti i doveri di servizi in baita si andava sulle piste.

Così ho vissuto per una settimana. Il tempo è volato senza che me ne sono accorta.. Sono stati i giorni che mi resero estremamente felice e serena, giorni durante i quali mi si sono aperti gli occhi… Non era accaduto nulla di particolare, non avevo nessuna storia con nessuno, ma ho sentito che altri uomini mi guardavano con interesse e vedevano in me una donna.. Per me fu una bella scoperta..

E’ arrivato il momento del mio ritorno a casa.

Ho aperto la porta e non ho trovato nulla che apparteneva a mio marito, ma lui sì. Andrei ancora c’era. Stava pulendo dei piccioni, una scena assurda ed insolita per la nostra famiglia. La casa era praticamente vuota, erano rimaste solo le mie poche cose. L’ho salutato… Silenzio in risposta… Ho cercato di parlare e di “provocarlo” per farlo almeno iniziare a parlare o discutere, ma lui non pronunciava una parola. Ho cercato di condividere con lui la mia gioia di tutto ciò che avevo vissuto, spiegargli il perché avevo deciso di fare anche da sola questo viaggio, ma sentivo sempre un silenzio in risposta. Non mi venivano più le lacrime, mi dispiaceva solo per non essere riuscita a creare il ponte fra me e lui..

Andrei ha mantenuto il suo silenzio per una settimana, dopo di ché mi ha riproposto di nuovo il divorzio…..

Ancora mi ricordo la sensazione che ho percepito.. Era una cosa fisica e non psicologica, una sensazione esattamente come va detto nella frase “E’ caduta una montagna giù dalle spalle”.. Con tanto di stupore, in un attimo come un flash,  ho capito che era l’unica soluzione per porre  fine alle mie lacrime e sofferenze..

Lui era stupito ed incredulo per la  mia decisione. Per diverso tempo mi chiese la conferma se ero sicura di volersi lasciare. Prendeva il tempo per presentare la domanda di separazione, continuava a cercare i modi per avvicinarmi di nuovo, mi cercava e mi chiamava in continuazione. In quel periodo abitavamo di nuovo con i nostri genitori,  nello stesso condominio, per di più lavoravamo insieme, lui era il mio “capo”. Cercando di riavermi  ha combinate anche delle cose che ancora oggi non riesco a spiegarmi, rimango solo a credere alla sua spiegazione dell’accaduto. E’ accaduto semplicemente una cosa. Sono andata a prendere alcune cosa dal nostro appartamento e l’ho trovato a letto con la mia collega, anzi era una mia amica d’infanzia e per di più la mia vicina della scrivania di lavoro, una persona con la quale mi sono confidata nei molti particolari. L’unica spiegazione che mi aveva dato Andrei è che lui ha cercato attraverso la mia gelosia di risvegliare il mio amore per lui.. Poi mi ha chiesto  perdono e mi ha pregato di rimettersi insieme. Ho creduto a quello che mi diceva, l’ho perdonato per tutto e sono ritornata a vivere con lui. Ma non era come prima. Sentivo che nonostante tutto, nonostante che ero ancora con l’uomo che amavo, nonostante tutti miei perdoni sinceri, sentivo che qualcosa non andava. Sembrava che veniva recitato un copione e che i sentimenti reali venivano forzati.

Dopo pochissimo tempo sono stata inviata a fare un corso di specializzazione a Mosca. Andrei è stato l’iniziatore e promotore di questo viaggio. Mi convinceva, dicendomi che questa  lontananza serviva ad entrambi per capire quanto la nostra unione poteva avere un futuro.

Infatti…..

              

Segue.....

 

 

 N.

20 März

Ricordi di una vita - L'infanzia

 

 

RICORDI DI UNA VITA

II capitolo

"L’infanzia"

 

Dopo aver completato tre anni di apprendistato, miei i miei genitori si sono trovati nella condizione di fare una scelta: rimanere e continuare a lavorare in Kasakistan, oppure trasferirsi in un’altra città. C’è da dire che da noi in quel periodo ci si poteva spostarsi abbastanza facilmente da una repubblica o un paese all’altro.. Non si ponevano grossi problemi nè con il lavoro, nè con la casa.. Il lavoro c’èra ovunque e le case mancavano ovunque.. I miei decisero di venire ad abitare nella stessa città dove in quel periodo abitava mia nonna materna ed ovviamente io.. La nonna è arrivata ad abitare qui, cercando di fuggire forse da “se stessa”, da ogni cosa che le poteva ricordare il suo passato. Lei era  reduce da un divorzio doloroso, dopo un tradimento di un uomo che amava più di qualsiasi altra cosa della sua vita, dopo l’abbandono  per un’altra, l’uomo per il quale lei giovanissima  era fuggita dalla casa paterna e al quale lei aveva regalato una bella bambina, mia mamma.…

 Occuparsi di me, ancora  piccolina, l'aiutava molto..

Una volta trasferiti definitivamente, i miei genitori dopo pochi anni hanno avuto una buona notizia. A papà era assegnata  una casa, la mia dolce casa che mi piaceva tanto e dove io sono cresciuta  per altri 13 anni..

Praticamente ho trascorso i miei anni verdi in Ucraina, in una città di mezzo milione di abitanti che era anche un capoluogo provinciale. Cerkassy era una cittadina bella, pulita e tranquilla.. Noi abitavamo proprio nel centro della città, ma il nostro centro era totalmente diverso, almeno all’epoca, dal comune contesto del centro. Era chiuso al traffico, pieno di giardini ed aiuole molto curate, a distanza di 10 minuti a piedi c’era il fiume Dnepr con delle favolose spiagge di sabbia bianca e con degli spazi verdi. Il Dnepr era anche l’arteria idrica dell’Ucraina, seguendo la quale si arrivava al Mar Nero. Inoltre il centro della città era circondato da parchi e a poche fermate di autobus cominciavano dei boschi enormi, che venivano considerati il più grande polmone dell’Ucraina.. L’unico difetto di questa città era la presenza di un’industria che produceva i prodotti chimici. Questa industria tra l’altro era una filiale più grande delle altre presenti sul territorio ucraino e  provocava parecchio inquinamento, anche se praticamente  “invisibile”.

La mia famiglia era abbastanza armoniosa e felice.. Lavoravano entrambi i genitori e fuori lavoro condividevano i compiti di casa e della mia educazione.. Mamma mi insegnava i lavori femminili, tipo cucina, conservazione, sartoria, lavori ai ferri, ricamo ecc, e poi mi aiutava con i compiti .. Papà invece era addetto alle faccende maschili di casa, aiutava a mamma con delle pulizie e poi ci coinvolgeva nelle sue passioni.. Lui amava molto la lettura.. La sera, dopo cena (si cenava verso le 18.30-19.00) ci univamo nel salotto;

noi con mamma a fare i nostri lavoretti hobbistici e papà a leggere a voce alta. Si giocava anche, e molto spesso.. A papà piaceva  giocare a scacchi o a dama, piacevano le parole incrociate, piacevano le battaglie navali, piacevano dei giochi dove si usavano le parole, uno di quelli assomiglia a un gioco italiano “scarabeo” e poi a papà piaceva lo sport e cioè fare lo sport coinvolgendo noi,  le sue “ragazze”..

Non si perdeva mai l’occasione per giocare a badminton, o per fare una nuotata in piscina, oppure d’inverno si andava spesso, praticamente ogni giorno, a sciare nei boschi. Papà era instancabile. Credo che a lui avrebbe fatto miglior compagnia un figlio maschio, perché io ero troppo “femminile” per i suoi gusti. Mi piaceva la danza classica, tanto vero che all’età di sette anni mi sono segnata alla scuola specializzata in questa disciplina e ho continuato per altri dieci anni..

Quando ero ancora piccola, uno dei momenti magici per me, era andare a spasso d’inverno con papà. Io mi sdraiavo sopra lo slittino e lui correva trascinandomi. Io in quel momento guardavo il cielo pieno di stelle che scorrevano sopra di me..  In quei momenti io non ero lì sui slittini, ma ero con mio papà a compiere un viaggio spaziale, a volare fra le stelle, cercando la mia .. Mi piaceva quando nevicava.., sembrava che le stelle scendevano giù dal cielo verso di me ed io aprivo la bocca e cercavo di acchiappare con la lingua queste  stelle cadenti.. Poi papà si metteva a correre… sempre più veloce… ed alla fine faceva girare lo slittino velocissimo attorno a se stesso…e questo momento era il più bello…, perche sentivo che nasceva un vortice che mi faceva sentire davvero una piccola particella dell’universo…

...Avevo 14 anni quando papà ha deciso di comprare le biciclette per tutti noi. Era una buona idea. Considerando poco traffico in città , le strade larghissime, la vicinanza dei bei luoghi per le passeggiate sane all’aria aperta, abbiamo accolto con un certo entusiasmo la sua idea.

                                            

 L’obbiettivo suo però era quello di passare il fine settimana fuori, dormendo nella tenda e mangiando le cose preparate sul falò o sulla brace. Uno dei problemi sorti era il fatto che non ero capace di andare in bici! Tra l’altro avevo un terrore per imparare.. Papà si è impegnato ad insegnarmi, ancora rido, ricordando le mie lezioni con lui. C’è da dire che all’epoca le biciclette non avevano nemmeno un cambio, erano “modello base” e la velocità si sviluppava secondo la forza delle gambe. La cosa divertente era che papà cercava di insegnarmi un modo “maschile” di partenza, che era assolutamente scomodo per me. Dopo diverse prove durante una settimana, che a dir vero sono andate tutte fallite,  mamma ha deciso di venire con noi per vedere i miei “successi”. Quando ha visto che eravamo ancora al punto di partenza, mi ha sgridato, poi mi ha detto di salire immediatamente su quella “macchina” e di cominciare a pedalare.. Sono salita…. e ho pedalato.. !!!! Camminavo gridando “Aiutooooo!!!” , perché ancora nessuno mi aveva spiegato come si frenava… ! Papà mi correva a presso e rideva.. Non riusciva a spiegarmi , perché non aveva la forza per pronunciare nulla indebolito dalla sincera risata.... Non so esattamente se il vero motivo era la gioia per il fatto che io finalmente ero sulla bici e non  sotto, oppure guardando me gli veniva così tanto da ridere  … La mia prima frenata è stata accompagnata da un salto di un grillo  più lontano possibile dalla mia bicicletta verso il lato opposto..  Successivamente  comunque sono servite altre prove per imparare a frenare, tra le quali ci fu anche una caduta nella fogna di una campagna dove eravamo a passeggiare “godendo dei bei paesaggi” e poi anche la frenata nel cespuglio di biancospino. Credo che questi due fattori erano fondamentali per insegnarmi ad usare i freni, e non solo quelli della bici!  

Un altro fatto indimenticabile era un nostro viaggio per tutta l’Ucraina e  fuori, lungo ben 1860 km che è durato quasi un mese.

 

Papà ha avuto una splendida idea di andare “a trovare” il Mar Nero. Fu la nostra prima visita al mare. Per passare le ferie di solito si andava ogni anno a casa della nonna paterna, dove papà costruiva la sua casa e mamma faceva un po’ di tutto:  aiuto capo cantiere (il capo era  papà), manovale (il mastro era papà),  giardiniera e  cuoca. Per me le mie vacanze  erano del tutto normali, non mi ponevo grossi problemi, perché stavo sempre fuori con degli amici, aiutando poco in casa, giusto un po’ nel giardino, lavavo i piatti e andavo a fare la spesa…

Il mare era distante dalla mia città poco più di 900 km. Il viaggio di per se stesso era divertente, ma anche pieno di sacrifici. Dormivamo nella tenda o nella paglia fresca raccolta nei campi di grano, chiudendosi nei sacchi a pelo. Una volta abbiamo trovato un rifugio in una palazzina in costruzione, un’altra eravamo ospitati a casa di una famiglia in un piccolissimo paesello. Quel giorno pioveva fortissimo. Noi siamo rimasti ad aspettare che spiovesse sotto ad un cornicione di una piccola scuola elementare e una signora che ha provato pietà di noi ci ha portati a casa sua, dove ci ha dato da mangiare e da dormire.. L’acqua spesso si usava quella dei fiumi o dei laghetti, perché spesso non si incontrava nessun villaggio per prendere quella potabile. Una volta prendendo l’acqua in una pozzanghera ho dovuto scansare anche una ranocchia e cercare di evitare una piattola che voleva disperatamente appiccicarsi a me. Anche per lavarsi non era facile.. Ma abbiamo superato ogni prova di sopravvivenza.. Al 12° giorno finalmente abbiamo raggiunto il mare! Mi chiederete come mai abbiamo messo così tanto? Per un semplice motivo. La strada era tutta sali-scendi.. Si scendeva bene, ma si saliva… a piedi. Non avendo i cambi, molto spesso nemmeno papà, con le sue gambe fortissime, riusciva ad arrivare in cima, figuriamoci io e mamma.. Si potrebbe dire che abbiamo camminato a piedi fino al mare….

Trascorsa una settimana in tenda sulla riva del Mar Nero, siamo ripartiti per la destinazione che ora non sarà difficile  indovinare. E sì! Siamo partiti verso la città dove abitava la mia nonna paterna, per contribuire anche questa volta nella costruzione della sua casa.

Non saprei con l’esattezza quali emozioni ho avuto da questo viaggio  in quel periodo, perché alla fine di tutto ciò ho avuto anche “un effetto collaterale” e successivamente ho subito un intervento al ginocchio e  ancora ho una grande cicatrice. Ma passati  tanti anni, ripenso a tutto con una grande dolcezza e forse solo ora provo un’emozione positiva… Credo che imparare ad andare in bici è stato uno dei miei primi complessi superati. Fu uno dei miei primi gradini saliti.

Comunque, nonostante il fatto che mi piacevano i nostri viaggi fuori città,  le nostre albe e  tramonti,  le nostre serate davanti al falò,   le nostre “gare” di pesca con papà, dove non si capiva bene chi era più bravo, lui a pescare o noi con mamma a liberare di nascosto i pescetti…, nonostante tutto ciò, a volte mi annoiavo. Mi annoiavo di stare ogni fine settimana fuori, nei luoghi isolati, senza i miei amici e senza una persona accanto, una persona della quale ero già innamorata..

 

Avevo soli 15 anni, ma già sognavo di essere una donna adulta, avere la mia famiglia, avere mio marito, figli e tutto ciò che comporta la vita di una donna grande, indipendente e sposata..

 

 

                                                                                    

 

 

 

                 Tanto detto, tanto fatto...

 

 

 

 

 

 

 

Segue.....

 

 

 N.

16 März

Ricordi di una vita - la nascita

 

 

 

Questa pubblicazione sarà lunga e ho pensato di dividerla in più parti.

A tutti coloro chi non ha nè voglia, nè il tempo per leggere, ma vuole lasciarmi un commento, consiglio di andare sulla Posta per Natalì. Il link lo troverete qui a destra.. Non mi offendo, se fate questa scelta..

Ai più curiosi e pazienti invece auguro una buona immersione nel mio passato..

UNA PICCOLA PREMESSA

Come a volte dicevo anche prima, la mia presenza qui era dovuta ad un puro caso, non conoscevo nemmeno l'esistenza di comunità del genere.. Il PC mi è stato portato dal nostro ufficio  a casa, perché già da diversi mesi avevo in corso una cosa curiosa..

Dopo aver compiuto i miei 40 anni, la mia mente ha cominciato a proporre “alla mia attenzione” una specie di analisi della mia vita.. Mi ritornavano in mente  molte cose  delle quali per lunghi anni non  percepivo nemmeno una traccia.. Sembrava che fossero cancellate .. Era molto bello..! Potevo rivivere di nuovo vari dettagli, anche quelli più sgradevoli.. Ogni volta che mi si attivava “la macchina dei ricordi” io prendevo vari pezzi di carta e scrivevo, lo dovevo fare perché spesso insieme con il ricordo mi veniva fornita anche l’analisi dell’accaduto e addirittura le risposte alle mie domande poste in quel periodo..

Appena abbiamo installato il PC, mia figlia, guidata dalla mano di “qualcuno”, non saprei trovare altrimenti una spiegazione, ha registrato il mio account in msn ed eccomi qui…

Per diverso tempo ho scritto solo i piccoli appunti, ma forse è arrivata l’ora che li metto un po’ tutti insieme.. Sento questo bisogno..

Ho pensato che mi avrebbe fatto piacere di condividere con voi le  mie esperienze attraverso le tappe principali della mia vita che hanno formato una specie di percorso spirituale, quelle tappe che hanno contribuito alla mia formazione in ogni senso della parola. Trovo la mia vita stupenda e non cambierei nulla, nemmeno una lacrima e nemmeno un errore..

Vi parlerò con l’aiuto delle fotografie, perché trovo questo modo il migliore per raccontare in modo simpatico la storia di una donna “qualsiasi”..

 

RICORDI DI UNA VITA

La nascita

 

Sono nata nel settembre del ’64 in  Kasakistan, una Repubblica Sovietica nelle terre Asiatiche, in una città che non era ancora una città, ma un posto sperduto della steppa..

Lì si sono conosciuti i miei genitori, due giovani laureati in ingegneria.. Una volta da

noi si praticava sempre uno “smistamento”

dei “cervelli” per formare le nuove città, per fondare le nuove industrie, per acculturare le terre “vergini”..

Spesso le due persone provenienti dalle parti opposti della ex CCCP rimanevano nei luoghi dove si sono conosciuti, formavano le loro famiglie e passavano una vita ormai lontani dalle terre native..

 

 

I giovani new laureati avevano i posti assicurati, ma purtroppo spesso molto lontano da loro case.. Dopo aver completato gli studi e dopo aver discusso la tesina, dovevano lavorare per tre anni nei luoghi assegnati.. Percepivano lo stipendio come era previsto, ne più e ne meno..

 

La città che dovevano costruire i miei genitori ormai conta più di 2 milioni di abitanti, ma all’epoca contava solo poche baracche di legno. In una di quelle baracche, costruite in stile “coridojka”, dove a destra e a sinistra dal corridoio in comune, erano dislocate le camere.., ero nata anche io… Mi ricordo solo alcuni racconti di mia mamma e poi mi ricordo le fotografie che rivedo ogni volta che vado a trovare la mia casa.. Mi colpivano molto… Le strade e marciapiedi asfaltate non esistevano.. Si camminava solo con i stivali di gomma e solo sulle palanche di legno, che fungevano da marciapiedi.. Ai cappottini non si pensava nemmeno.. Da quel freddo d’inverno ci si poteva salvare solo con una “telogrejka” che sarebbe un giaccone imbottito in modo particolare. Nei “coridojki” la cucina era in comune, come era in comune anche l’unico servizio.. L’inverno in quei posti era troppo freddo, tirava sempre un vento fortissimo, d’altronde si viveva in una steppa aperta a tutti i venti e le case erano poco riscaldate. Mamma diceva che nel secchio dentro casa si congelava l’acqua.. Non c’erano le condizioni buone  per farmi crescere bene, mi ammalavo in continuazione e così i genitori decisero di “spedirmi” dalla mia nonna materna, una stupenda donna che ho ammirato per tutta la sua vita e che adoro  tutto oggi, nonostante che lei non c’è più già da diversi anni..

 

 

Io con la mia nonna Melania (Mila)

 

***quello abito che indossa mia mamma sulla fotografia, ce l’ho ora io. Non lo tengo solo nell’armadio come un ricordo, ma lo porto e anche molto volentieri .. Mi piace tanto.. Come mi piaceva di indossare anche un vestito che aveva addosso mia mamma nel giorno che si sono visti per la prima volta con papà… Ma quest’ultimo purtroppo  ora riposa nella scatola …

                   

 

 N.

10 März

dedicato al Piccolo Principe..

 

Ho letto questo libro molti anni fa, forse 15 oppure 16. Era in lingua russa.. Mi ha colpito… L’ho letto solo una volta, ma molti pensieri mi sono rimasti incisi nella memoria, soprattutto la parte dell’incontro con la volpe..  La profondità di questo messaggio non può passare inosservata, non può non lasciarci a pensare e a riflettere..  

In questo periodo ho pensato tantissimo a quel libro, l’ho riletto, stavolta in italiano, e ho voluto condividere con voi la saggezza “volpina” che mi sta molto a cuore.. Per molti anni mi sentivo un Piccolo Principe, pronto ad imparare e ad accogliere il mondo.

Ma ora mi rivedo più nel personaggio della Volpe… Ogni parola detta da lei, la sento mia… Ma non per la presunzione di essere saggia… Esiste  un altro motivo…

Questa pubblicazione è una dedica…

alle persone a me care..,

a tutti Piccoli Principi, Tutte le Volpi e a tutte le Rose dell'Universo..

 

PICCOLO  PRINCIPE 

XXI CAPITOLO

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, “sono così triste..."
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomestica".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: 
"Che cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire <addomesticare>?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "<addomesticare>?"
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'e' un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"E' possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra..."
"Oh! non e' sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".

"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'e' niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita e' monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e' inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e' dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"

"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è' unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e' per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' più importante di tutte voi, perché lei che ho innaffiata. Perché e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché e' lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché e' la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi".
"L'essenziale e' invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

 

 

                   

 

N.

06 März

una piccola riflessione

 

Ero abbastanza in dubbio, ma poi, pensando bene, ho voluto approfittare di questa possibilità per raccontare una mia esperienza che ho vissuto e che, perché no, possa servire a qualcuno…

Qualcuno di voi, magari più vicino e più intimo nell’amicizia con me, sa che nei ultimi mesi ho vissuto uno stato d’animo troppo particolare dal punto di vista di sofferenza… Uno stato d’animo, che se non va preso nei tempi giusti e in modo giusto, può portare alle grave conseguenze…

Fortunatamente ho saputo reagire e ho trovato la mia luce che mi ha portato fuori..

Mi chiederete cosa è accaduto.. e come è accaduto.. Come poteva una donna solare e “saggia” anche se un’pò “pazzerella” come me, capitare in una trappola del genere…

Non è accaduto nulla di nuovo… Semplicemente si è attivato un meccanismo ben conosciuto ormai da tutti..

L’artefice di tutto ciò è stata la mia mente, che non riusciva più ad elaborare le mie domande che io mi  ponevo e alle quali volevo avere le risposte immediate, senza rispettare i tempi dovuti…. Praticamente era una sola domanda , ma la quale aveva per me un’enorme importanza ….

Il Panico..? La Paura..? L’Angoscia..?

Erano i compagni fedeli di quel mio ricco sentimento che provavo…

Poi…?

E poi, nel punto che peggio di quello si andava solo in un manicomio .., ho ricevuto un “suggerimento”, un’intuizione, un’illuminazione come la chiamo io…

In quel momento è finito tutto…

 

E’ indescrivibile la sensazione di serenità e di leggerezza di quel momento e anche dopo…

Un paragone..?

...E’ come uscire all’improvviso da un bosco incantato su una radura piena di sole e di colori…

...E’ come trovare finalmente un interruttore in una camera scura…

...E’ come uscire all’improvviso da un tunnel e ritrovare una luce…

...E’ come spiccare nel volo e ritrovarsi appoggiati su una nuvola a guardare giù, accarezzati dal sole..

 

Finalmente vedi tutto molto chiaro, vedi ogni cosa al posto suo, vedi quel puzzle che non riuscivi a completare perché ti mancava un unico tassello..

….e tutto ciò è circondato da una sensazione di una serenità assoluta..

 

Ma per arrivare a questo.., ho dovuto lottare.., anche contro di me stessa.., contro i miei schemi, contro il mio “ego”, contro il mio orgoglio…, contro la mia mente..

Le domande… Quante ne produciamo noi di domande.. e quante ne ho prodotte io…

Il nostro assurdo desiderio di avere le risposte immediate a tutto, avere un quadro “completo”, avere un controllo in ogni situazione.. ci porta spesso all’interno di un vortice che, se non  sappiamo a  resistere ai suoi torrenti e a controllare noi stessi, ci porta sempre di più dentro all’oscurità..

Proprio in questi stati, diventiamo sempre più deboli, fragili, più ciechi e più sordi..

Non vediamo più le cose evidenti e non siamo più in grado di sentire la nostra voce interiore.., quella voce che ci sussurra sempre un suggerimento in ogni occasione della nostra vita, quella voce che , come una amica fedele, ci accompagna dal momento della nascita fino al momento del nostro ultimo respiro…

Era quella voce che io non riuscivo più a sentire..

Era quella voce che sono riuscita a sentire di nuovo…

 

Ora mi sento molto ricca…

Mi sento ricca, perché posso accogliere, capire o superare qualsiasi cosa che mi sarà proposta sul mio percorso..

Per questo devo ringraziare la provvidenza che mi ha donato questa possibilità, perché in questo modo ho potuto acquisire un’esperienza, che magari diversamente non avrei mai potuto avere..

 

Ora mi sento veramente felice di essere…

 

 

Semplicemente

Natalì

 

 
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Natalia

Interessen
Amo la vita, la gente, i colori; amo la mia famiglia perchè mi ama; gli animali per il loro altruismo. Amo la seta d'estate e lalana d'inverno; l'acqua, i temporali e il mare mosso. Amo la pesca succosa e la fragola profumata....
Me ne vengono in mente diverse, e mi piacciono secondo le circostanze e il mio stato d'animo. Forse una delle mie preferite, che uso più frequantemente è il detto: "Meglio tardi che mai" che, a mio avviso, calza bene in moltissime situazioni