| Profil von NataliaNatalì 64FotosBlogListen | Hilfe |
01 Dezember ritorno dal futuro
14 Mai Ricordi di una vita - Stage a Mosca
30 April Ricordi di una vita - Conservazione e Categorie
24 April Ricordi di una vita - La mia 1° visita in campagna
N.
Non tutte le foto qui pubblicate rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e luoghi di cui parlo .
18 April Ricordi di una vita - Ucraina, anni 60-80
IV capitolo "La vita in Ucraina" Prima di proseguire con il racconto della mia vita nella capitale Sovietica, vorrei raccontare la vita in Ucraina, le tradizioni, le usanze. Credo che sono le cose che a lungo andranno a sparire del tutto . Prima parte - CAMPAGNA L’Ucraina, fra tutti paesi Sovietici, era uno dei paesi più ricchi dal punto di vista agricolo, grazie alla sua fitta rete idrica, alla lunghezza delle sue coste lungo il Mar Nero e il Mare di Azov, alla quantità enorme dei boschi, alla terra fertile, al clima mite e per molti altri aspetti. Questo paese, da tutti conosciuto come Il Granaio d’Europa, negli anni della mia infanzia già cominciava a risentire i primi sintomi del futuro degrado nel campo dell’agricoltura, ma all’ora era ancora lieve e poco percepibile.. Molti giovani, cercando una vita migliore migravano verso le grandi città abbandonando le loro campagne, le loro terre, le loro famiglie.. A casa rimanevano le persone, sempre più anziane che non erano in grado di badare alle enorme distese agricole. Per far fronte alle necessità dei raccolti, gli abitanti delle città spesso venivano inviati con delle “gite organizzate”, nei campi agricoli per dare loro aiuti fisici nei periodi di grande raccolte. Venivano praticamente stipulati degli accordi fra le amministrazioni, creando dei calendari secondo i quali vari strutture come le fabbriche, gli uffici, le scuole superiori, gl’istituti ed altri dovevano partire durante le loro giornate lavorative. Questi aiuti iniziavano con le prime raccolte a giugno e finivano a novembre. Divertente era anche il trasporto.. Si viaggiava su un camion, seduti per terra. Io personalmente sono stata partecipe a diverse “operazioni”, fra la raccolta stessa e il diserbamento nei campi. Fare quest’ultimo, mi era capitato solo una volta. Avevamo un’infinità di estensione di terra da zappare, la fine della quale il mio occhio non vedeva, e non sto scherzando. Ad ognuna di noi (in questo caso venivano inviate solo le donne) ci veniva consegnata una zappa e andava affidata una striscia con dei peperoni piantati, dovevamo togliere l’erbaccia ed aerare la terra. Volendo approfittare anche del sole, per prendere un po’ di colore ci siamo spogliate, mettendo addosso il costume da bagno. I nostri vestiti e i pranzi a sacchetto venivano appoggiati in una piccola striscia degli alberi che dividevano una piantagione dall’altra. In queste strisce di solito si riposava durante la pausa pranzo. Come potete già immaginare la mia schiena dopo poco tempo era dello stesso colore dei peperoni sul campo. In quei anni da noi ancora non esistevano le creme protettive e ci proteggevamo dal sole solo non spogliandosi. Anche le mie mani e la mia spina dorsale se ne sono risentiti. Sono tornata a casa piegata a metà, con delle verruche sanguinanti sulle mani e ho dormito appoggiata sul tavolo perché la mia pelle non voleva nemmeno veder di vista un lenzuolo….. L’unica soddisfazione è stata di aver portato a casa un secchio di peperoni regalatoci generosamente dall’azienda agricola per il nostro impegno. Altre volte sono state meno traumatizzanti. Una volta mi sono capitate le fragole, un lavoro difficile per quanto è quasi certosino. Ma in questo caso abbiamo potuto comprare diverse casse di fragole, sempre da noi raccolte, ad un prezzo molto , molto conveniente. Questo mi ha fatto passare tutti i miei dolori e la stanchezza. Solo fare la raccolta delle patate non mi piaceva. Era un lavoro poco “creativo” e molto sporco, richiedeva anche parecchi sforzi, perché prima dovevamo vangare il terreno e poi estrarre i bulbi. Solo in pochi casi mi è capitato che prima veniva mandato un trattore che girava la terra e poi venivamo noi con le vanghe e le zappe estraendo le patate. Il ricordo più divertente che ho di questi miei lavori nei campi ricade sulla raccolta delle rape rosse. Avevo già attorno a 19 anni e lavoravo presso una grossa industria. E’ stato mandato tutto il nostro collettivo, maschi e femmine comprese, che contava una sessantina di persone. Già eravamo affiatati nella nostra quotidianità lavorativa, figuriamoci in una “gita” come questa. Era già novembre, un mese abbastanza freddo, quando ci hanno comunicato che dovevamo partire all’indomani. Mi sono trovata in una grande difficoltà con il vestiario, perché oltre alle scarpe con il tacco a spillo ed ai tallieur, nel mio armadio si trovava solo una tuta e un paio di scarpe sportive e questo non mi sarebbe servito in quei campi dove il freddo già si faceva sentire molto. In quei giorni ha cominciato anche a nevicare e tirava un forte vento. Dovevo inventarmi a tutti i costi un qualcosa. Un mio vicino di casa, un signore su una sessantina d’anni era un pescatore accanito e praticava anche la pesca invernale sotto al ghiaccio. I pescatori come lui hanno un equipaggiamento particolare. Si vestono con tute che hanno nel loro interno dell’ovatta pressata e ricoperte dall’esterno da un tipo di cotone molto compatto. Questo tipo di vestito da noi si chiama “telogrejka”, visivamente è poco estetico, diciamo quasi brutto, ma è l’unico tipo di indumento che è in grado di proteggere dai forti venti e dal freddo, tanto vero che gli abitanti della campagna si vestivano d’inverno solo con telogrejka. Ho pregato il mio vicino di prestarmi sia la tuta, che la stessa telogrejka. Potete immaginarmi come potevo essere con la mia taglia 42 vestita in una cosa già di per se stessa grossa e per di più di 13 taglie più grande della mia…? Mi sembrava di essere una cosmonauta, pronta per il lancio. Alla mia vicina di casa ho chiesto di prestarmi dei stivaletti di gomma sotto i quali ho infilato tre paia di calzettoni, più un cappello con delle “orecchie” che si allacciavano sotto al mento. I guanti li avevo già. Solo a guardarmi nello specchio scoppiavo dal ridere, ma la bellezza in quel momento mi interessava relativamente, sapevo dove andavo, la mia missione era molto pericolosa per la mia salute. Da mangiare e da bere si portava sempre da casa e anche io ho preparato alcune cose per aggiungerli poi ad un pranzo comune con gli altri, si bandiva sempre un’unica tavolata (in questo caso per terra). Una volta arrivati sul campo, i nostri maschi avevano organizzato i lavori ed avevano assegnato i compiti. Alcune donne, più forti e resistenti andavano con loro a raccogliere le rape rosse, invece le altre , “fiorellini” come me, erano mandati “in cucina”!!!! Si! I nostri maschietti hanno deciso di organizzare anche un falò, cucinare una minestra calda, poi per il secondo dovevamo preparare dei spiedini di maiale ed abbacchio accompagnato dalla nostra famosa kascia, che sarebbe uno dei cereali a scelta lessato nell’acqua e condito con il burro, come antipasto e il post pasto si consumavano una marea di intrugli dai salami e formaggi agli ortaggi marinati o salati e tutto generosamente innaffiato dalla vodka. Non so con l’esattezza quanto siamo riusciti a raccogliere prima del pranzo, ma posso dire con la certezza che dopo il pranzo non abbiamo raccolto nemmeno una rapa! Dai vari raffreddori io mi sono salvata con la mia tuta, invece i miei colleghi si sono salvati grazie ai litri di vodka che hanno fatto a loro da disinfettante e da un generatore di calore…. Da noi si lavorava così… C’era il tempo per il lavoro sodo e c’era il tempo anche per un divertimento, ma sempre uniti nei grossi collettivi…
"la steppa ucraina" Parlando delle piantagioni, per immaginare una dimensione più o meno reale si potrebbe fare un riferimento alle steppe russe, ma in questo caso coltivate con delle varie colture fra le quali il grano, l’orzo, il granturco, il miglio, l’avena, il grano saraceno, la segale; altri tipi di cereali, i piselli, i fagioli, gli ortaggi tipo pomodori, peperoni, melanzane, cetrioli, alcuni tipi di frutta tipo le mele e al sud, nella zona di Krimea, veniva coltivata l’uva. Ma le piantagioni più diffuse, almeno nella zona centrale dove abitavo io, erano di patate, di rape rosse e quelle da zucchero, di verza e di carote. La gestione di queste terre erano affidate alle aziende agricole chiamati Kolchoz e Sovchoz. Sono due abbreviazioni e in entrambi i casi si tratta della azienda agricola rurale, a differenza che nel primo caso la gestione è “collettiva” e in secondo caso, è “sovietica”. Non so esattamente quale è stata la differenza di fondo fra i kolchoz ed gli sovchoz, mi ricordo qualcosa dai insegnamenti a scuola che si tratta della grandezza di azienda, della gestione delle terre e delle economie corrispettive. Ad esempio, le terre degli sovchoz appartenevano sempre allo stato e oltre alla coltivazione, quest’ultimi fungevano da una grossa fattoria statale che vendeva i prodotti agricoli all’imprese di distribuzione all’ingrosso. I kolchoz avevano la terra in gestione gratuita e ad uso perpetuo, ma in cambio dovevano coltivare i prodotti decisi dallo stato nelle quantità ed a prezzi da questo indicati.. Tra l’altro le persone che lavoravano per i kolchoz oltre che a percepire uno stipendio, avevano di diritto e sempre ad uso proprio, gratuito e perpetuo degli appezzamenti di terra che variavano secondo la grandezza dell’azienda, ma non era mai inferiore ai tre ettari. Questo permetteva loro non solo di costruire la casa, ma anche a provvedere all’alimentazione della propria famiglia e alla vendita dei prodotti in eccedenza o presso lo stesso kolchoz, oppure presso dei mercati ortofrutticoli nelle città limitrofe, perché non esistevano delle limitazioni che potevano impedire ad esempio all’allevamento dei animali da cortile in casa o di altri tipi di limitazione. Avevo fatto anche io la venditrice al mercato. Ero ancora una ragazzotta, quando passando la mia solita vacanza dalla mia nonna paterna, dopo aver raccolto le visciole ho dovuto andare con la nonna al mercato ortofrutticolo della città per vendere la nostra raccolta. Erano soltanto tre secchi di visciole. La nonna ne portava due ed io uno solo. Dopo aver pagato presso uno sportello del mercato la tassa per l’occupazione del suolo, ci siamo accomodati sul posto a noi assegnato. Accanto a noi vi erano altre persone tipo noi che avevano portato ognuno le sue “eccedenze ortaggi”. Mi sono divertita a giocare a fare una commessina, ma la concorrenza era tanta e abbiamo messo una mezza giornata per finire tutto. La nonna andava al mercato abbastanza spesso per vendere diverse verdure o la frutta. Per poter vendere non bisognava essere un operatore del settore, lo poteva fare chiunque. C’è da dire che il pezzo di terra che aveva mia nonna non era più grande di 600 mq ed era dislocato nella prima periferia di una città industriale che contava già all’ora più di due milioni di abitanti. Nonostante la sua ridotta dimensione, questo pezzetto di terra riusciva a produrre a sufficienza e poter deliziare, con dei suoi frutti, verdure ed ortaggi non solo la mia nonna, ma anche la famiglia della zia che abitava nella stessa città. Ed oltre a mangiare i prodotti stagionali, si faceva anche la conservazione e poi la nonna riusciva pure a vendere qualcosa al mercato, come già avevo raccontato sopra.
Segue.....
N.
Le foto qui pubblicate, non rappresentano esattamente gli eventi da me descritti, ma comunque illustrano diversi momenti e luoghi di cui parlo .
09 April Ricordi di una vita - I° Matrimonio
III capitolo "I° Matrimonio" Avevo 17 anni e 36 giorni quando mi sono sposata per la prima volta.. In Ucraina il matrimonio per una “donna” è permesso dall’età di 16 anni, quindi non appena avevo finito la scuola, io e il mio futuro sposo, abbiamo presentato al Municipio la nostra domanda per l’unione coniugale… Mio marito aveva esattamente 10 anni più di me.. Era un bel ragazzo, ovviamente era anche il mio Primo Amore, il mio Primo Uomo ed io non potevo immaginare la mia vita fuori dalla sua.. I preparativi al matrimonio, all’epoca, erano molto più semplici rispetto a quelli che di solito si usano in Italia. I punti principali erano: gli abiti, gli anelli, il trasporto, i fiori per la sposa, il locale per i festeggiamenti. Non esistevano le bomboniere, i regali dopo il pranzo, la cerimonia in chiesa, che ora è stata ripristinata per coloro che la vogliono. Non si impazziva con la divisione a gruppi nei tavoli, perché veniva bandita un’unica tavolata lungo il perimetro della sala e nello spazio centrale si ballava fra una portata e l’altra.. Poi non si andava nemmeno in viaggio di nozze, non esisteva questa usanza, magari solo qualche coppietta che cercava di abbinare le ferie dell’anno a questo evento. I festeggiamenti nuziali in Ucraina di solito si svolgono con tanto chiasso, in presenza di un centinaio di invitati. Si beve e si mangia a volontà per un paio di giorni, con l’accompagnamento della musica e dei balli. Il matrimonio è una Grande Festa, piena di allegria. Noi non volevamo fare troppo “rumore”, non mi piaceva e non piaceva nemmeno ad Andrei, così si chiamava il mio primo marito. Il mio abito da sposa me lo sono cucita da sola e ho creato anche il mio bouquet. Lo stesso anche per il trucco e per il manicure, in quel periodo ancora non esisteva una figura come il visagista e quindi ci si arrangiava sempre da soli. Solo i miei capelli li ho affidati alle mani di un parrucchiere. Per il pranzo ci siamo uniti in un ristorante. Eravamo una quarantina fra amici e parenti, si conoscevano tutti e ci siamo divertiti in un ambiente famigliare.. Purtroppo il nostro matrimonio non è stato tra i più felici. Ho pianto per due anni e mezzo.. Non riuscivo ad adattarmi alle richieste di Andrei perché venivano cambiate ogni giorno.. Quello che ieri era nero, all’indomani diventava bianco, quello che era amaro, diventava dolce, quello che gli piaceva prima, non gli piaceva dopo e così via .. Avevamo all’improvviso gl’interessi totalmente diversi. Io volevo costruire una famiglia, lui voleva ancora divertirsi. Durante ogni piccola discussione lui mi minacciava con il divorzio , io regolarmente scoppiavo in lacrime, lo supplicavo di non abbandonarmi e a volte mi mettevo anche in ginocchio supplicandolo di non lasciarmi.. Non so perché, ma ero proprio convinta che oltre lui, non mi avrebbe amato più nessuno e che nessun uomo avrebbe posato il suo sguardo su di me.. Il fine definitivo del nostro rapporto è accaduto in modo molto curioso.. Ad entrambi ci sono state assegnate le ferie a febbraio, un mese che da noi era abbastanza insolito per le ferie. Durante questo periodo si può solo che rimanere a casa.. Esistevano poche possibilità di trovare qualcosa per le ferie invernali, ma non mi andava di buttare tre settimane di vita mia in questo modo e mi sono data da fare. Ho trovato due posti in un villaggio turistico in montagna nella zona dei Karpazi con delle piste da sci. Gliel’ho comunicato con tanta gioia , ma lui rifiutò.. Proibì di andare anche a me.., ma stranamente io disobbedii. Fui stupita di me stessa, ma decisi di non retrocedere.. Sono stati dieci giorni di piena allegria. Per la prima volta trascorrevo le mie vacanze da sola fuori dai luoghi famigliari, in un villaggio turistico.. Ho imparato moltissime cose, anche a sciare con gli sci di montagna. Dopo tre giorni di preparativi sulla base, abbiamo fatto due trasferte a piedi camminando sulla neve, fino alla cima dei due monti. Dormivamo nelle baite, nei sacchi a pelo, tutti insieme maschi e femmine. Lo stanzone era tipo camerata, ma senza la divisione a letti separati. Erano due livelli a castello di tavole inchiodate una presso l’altra e coperte con dei materassoni. Le femmine dormivano sul piano superiore ed i maschi su quello inferiore. I bagni e cioè, il bagno era esterno, in una casettina di legno con una pedana bucata al centro. La carta igienica non esisteva in quei posti, ma esisteva un grande chiodone con dei pezzi dei quotidiani appesi sopra, tagliati da qualche mano accurata a quadratini su misura. Per affrontare la quotidianità venivano creati dei turni per la preparazione dei pasti, per le pulizie e per la sorveglianza. Non saprei ora dire da chi ci si sorvegliava, forse dagli orsi che ce n’erano a volontà. L’acqua veniva portata nei contenitori con ogni gruppo e dovevamo stare attenti al consumo. Una volta fatti i doveri di servizi in baita si andava sulle piste. Così ho vissuto per una settimana. Il tempo è volato senza che me ne sono accorta.. Sono stati i giorni che mi resero estremamente felice e serena, giorni durante i quali mi si sono aperti gli occhi… Non era accaduto nulla di particolare, non avevo nessuna storia con nessuno, ma ho sentito che altri uomini mi guardavano con interesse e vedevano in me una donna.. Per me fu una bella scoperta.. E’ arrivato il momento del mio ritorno a casa. Ho aperto la porta e non ho trovato nulla che apparteneva a mio marito, ma lui sì. Andrei ancora c’era. Stava pulendo dei piccioni, una scena assurda ed insolita per la nostra famiglia. La casa era praticamente vuota, erano rimaste solo le mie poche cose. L’ho salutato… Silenzio in risposta… Ho cercato di parlare e di “provocarlo” per farlo almeno iniziare a parlare o discutere, ma lui non pronunciava una parola. Ho cercato di condividere con lui la mia gioia di tutto ciò che avevo vissuto, spiegargli il perché avevo deciso di fare anche da sola questo viaggio, ma sentivo sempre un silenzio in risposta. Non mi venivano più le lacrime, mi dispiaceva solo per non essere riuscita a creare il ponte fra me e lui.. Andrei ha mantenuto il suo silenzio per una settimana, dopo di ché mi ha riproposto di nuovo il divorzio….. Ancora mi ricordo la sensazione che ho percepito.. Era una cosa fisica e non psicologica, una sensazione esattamente come va detto nella frase “E’ caduta una montagna giù dalle spalle”.. Con tanto di stupore, in un attimo come un flash, ho capito che era l’unica soluzione per porre fine alle mie lacrime e sofferenze.. Lui era stupito ed incredulo per la mia decisione. Per diverso tempo mi chiese la conferma se ero sicura di volersi lasciare. Prendeva il tempo per presentare la domanda di separazione, continuava a cercare i modi per avvicinarmi di nuovo, mi cercava e mi chiamava in continuazione. In quel periodo abitavamo di nuovo con i nostri genitori, nello stesso condominio, per di più lavoravamo insieme, lui era il mio “capo”. Cercando di riavermi ha combinate anche delle cose che ancora oggi non riesco a spiegarmi, rimango solo a credere alla sua spiegazione dell’accaduto. E’ accaduto semplicemente una cosa. Sono andata a prendere alcune cosa dal nostro appartamento e l’ho trovato a letto con la mia collega, anzi era una mia amica d’infanzia e per di più la mia vicina della scrivania di lavoro, una persona con la quale mi sono confidata nei molti particolari. L’unica spiegazione che mi aveva dato Andrei è che lui ha cercato attraverso la mia gelosia di risvegliare il mio amore per lui.. Poi mi ha chiesto perdono e mi ha pregato di rimettersi insieme. Ho creduto a quello che mi diceva, l’ho perdonato per tutto e sono ritornata a vivere con lui. Ma non era come prima. Sentivo che nonostante tutto, nonostante che ero ancora con l’uomo che amavo, nonostante tutti miei perdoni sinceri, sentivo che qualcosa non andava. Sembrava che veniva recitato un copione e che i sentimenti reali venivano forzati. Dopo pochissimo tempo sono stata inviata a fare un corso di specializzazione a Mosca. Andrei è stato l’iniziatore e promotore di questo viaggio. Mi convinceva, dicendomi che questa lontananza serviva ad entrambi per capire quanto la nostra unione poteva avere un futuro. Infatti…..
Segue.....
N. 20 März Ricordi di una vita - L'infanzia
II capitolo "L’infanzia" Dopo aver completato tre anni di apprendistato, miei i miei genitori si sono trovati nella condizione di fare una scelta: rimanere e continuare a lavorare in Kasakistan, oppure trasferirsi in un’altra città. C’è da dire che da noi in quel periodo ci si poteva spostarsi abbastanza facilmente da una repubblica o un paese all’altro.. Non si ponevano grossi problemi nè con il lavoro, nè con la casa.. Il lavoro c’èra ovunque e le case mancavano ovunque.. I miei decisero di venire ad abitare nella stessa città dove in quel periodo abitava mia nonna materna ed ovviamente io.. La nonna è arrivata ad abitare qui, cercando di fuggire forse da “se stessa”, da ogni cosa che le poteva ricordare il suo passato. Lei era reduce da un divorzio doloroso, dopo un tradimento di un uomo che amava più di qualsiasi altra cosa della sua vita, dopo l’abbandono per un’altra, l’uomo per il quale lei giovanissima era fuggita dalla casa paterna e al quale lei aveva regalato una bella bambina, mia mamma.… Occuparsi di me, ancora piccolina, l'aiutava molto.. Una volta trasferiti definitivamente, i miei genitori dopo pochi anni hanno avuto una buona notizia. A papà era assegnata una casa, la mia dolce casa che mi piaceva tanto e dove io sono cresciuta per altri 13 anni.. Praticamente ho trascorso i miei anni verdi in Ucraina, in una città di mezzo milione di abitanti che era anche un capoluogo provinciale. Cerkassy era una cittadina bella, pulita e tranquilla.. Noi abitavamo proprio nel centro della città, ma il nostro centro era totalmente diverso, almeno all’epoca, dal comune contesto del centro. Era chiuso al traffico, pieno di giardini ed aiuole molto curate, a distanza di 10 minuti a piedi c’era il fiume Dnepr con delle favolose spiagge di sabbia bianca e con degli spazi verdi. Il Dnepr era anche l’arteria idrica dell’Ucraina, seguendo la quale si arrivava al Mar Nero. Inoltre il centro della città era circondato da parchi e a poche fermate di autobus cominciavano dei boschi enormi, che venivano considerati il più grande polmone dell’Ucraina.. L’unico difetto di questa città era la presenza di un’industria che produceva i prodotti chimici. Questa industria tra l’altro era una filiale più grande delle altre presenti sul territorio ucraino e provocava parecchio inquinamento, anche se praticamente “invisibile”. La mia famiglia era abbastanza armoniosa e felice.. Lavoravano entrambi i genitori e fuori lavoro condividevano i compiti di casa e della mia educazione.. Mamma mi insegnava i lavori femminili, tipo cucina, conservazione, sartoria, lavori ai ferri, ricamo ecc, e poi mi aiutava con i compiti .. noi con mamma a fare i nostri lavoretti hobbistici e papà a leggere a voce alta. Si giocava anche, e molto spesso.. A papà piaceva giocare a scacchi o a dama, piacevano le parole incrociate, piacevano le battaglie navali, piacevano dei giochi dove si usavano le parole, uno di quelli assomiglia a un gioco italiano “scarabeo” e poi a papà piaceva lo sport e cioè fare lo sport coinvolgendo noi, le sue “ragazze”.. Non si perdeva mai l’occasione per giocare a badminton, o per fare una nuotata in piscina, oppure d’inverno si andava spesso, praticamente ogni giorno, a sciare nei boschi. Papà era instancabile. Credo che a lui avrebbe fatto miglior compagnia un figlio maschio, perché io ero troppo “femminile” per i suoi gusti. Mi piaceva la danza classica, tanto vero che all’età di sette anni mi sono segnata alla scuola specializzata in questa disciplina e ho continuato per altri dieci anni.. Quando ero ancora piccola, uno dei momenti magici per me, era andare a spasso d’inverno con papà. Io mi sdraiavo sopra lo slittino e lui correva trascinandomi. Io in quel momento guardavo il cielo pieno di stelle che scorrevano sopra di me.. In quei momenti io non ero lì sui slittini, ma ero con mio papà a compiere un viaggio spaziale, a volare fra le stelle, cercando la mia .. Mi piaceva quando nevicava.., sembrava che le stelle scendevano giù dal cielo verso di me ed io aprivo la bocca e cercavo di acchiappare con la lingua queste stelle cadenti.. Poi papà si metteva a correre… sempre più veloce… ed alla fine faceva girare lo slittino velocissimo attorno a se stesso…e questo momento era il più bello…, perche sentivo che nasceva un vortice che mi faceva sentire davvero una piccola particella dell’universo… ...Avevo 14 anni quando papà ha deciso di comprare le biciclette per tutti noi. Era una buona idea. Considerando poco traffico in città , le strade larghissime, la vicinanza dei bei luoghi per le passeggiate sane all’aria aperta, abbiamo accolto con un certo entusiasmo la sua idea. L’obbiettivo suo però era quello di passare il fine settimana fuori, dormendo nella tenda e mangiando le cose preparate sul falò o sulla brace. Uno dei problemi sorti era il fatto che non ero capace di andare in bici! Tra l’altro avevo un terrore per imparare.. Papà si è impegnato ad insegnarmi, ancora rido, ricordando le mie lezioni con lui. C’è da dire che all’epoca le biciclette non avevano nemmeno un cambio, erano “modello base” e la velocità si sviluppava secondo la forza delle gambe. La cosa divertente era che papà cercava di insegnarmi un modo “maschile” di partenza, che era assolutamente scomodo per me. Dopo diverse prove durante una settimana, che a dir vero sono andate tutte fallite, mamma ha deciso di venire con noi per vedere i miei “successi”. Quando ha visto che eravamo ancora al punto di partenza, mi ha sgridato, poi mi ha detto di salire immediatamente su quella “macchina” e di cominciare a pedalare.. Sono salita…. e ho pedalato.. !!!! Camminavo gridando “Aiutooooo!!!” , perché ancora nessuno mi aveva spiegato come si frenava… ! Papà mi correva a presso e rideva.. Non riusciva a spiegarmi , perché non aveva la forza per pronunciare nulla indebolito dalla sincera risata.... Non so esattamente se il vero motivo era la gioia per il fatto che io finalmente ero sulla bici e non sotto, oppure guardando me gli veniva così tanto da ridere … La mia prima frenata è stata accompagnata da un salto di un grillo più lontano possibile dalla mia bicicletta verso il lato opposto.. Successivamente comunque sono servite altre prove per imparare a frenare, tra le quali ci fu anche una caduta nella fogna di una campagna dove eravamo a passeggiare “godendo dei bei paesaggi” e poi anche la frenata nel cespuglio di biancospino. Credo che questi due fattori erano fondamentali per insegnarmi ad usare i freni, e non solo quelli della bici! Un altro fatto indimenticabile era un nostro viaggio per tutta l’Ucraina e fuori, lungo ben 1860 km che è durato quasi un mese. Papà ha avuto una splendida idea di andare “a trovare” il Mar Nero. Fu la nostra prima visita al mare. Per passare le ferie di solito si andava ogni anno a casa della nonna paterna, dove papà costruiva la sua casa e mamma faceva un po’ di tutto: aiuto capo cantiere (il capo era papà), manovale (il mastro era papà), giardiniera e cuoca. Per me le mie vacanze erano del tutto normali, non mi ponevo grossi problemi, perché stavo sempre fuori con degli amici, aiutando poco in casa, giusto un po’ nel giardino, lavavo i piatti e andavo a fare la spesa… Il mare era distante dalla mia città poco più di 900 km. Il viaggio di per se stesso era divertente, ma anche pieno di sacrifici. Dormivamo nella tenda o nella paglia fresca raccolta nei campi di grano, chiudendosi nei sacchi a pelo. Una volta abbiamo trovato un rifugio in una palazzina in costruzione, un’altra eravamo ospitati a casa di una famiglia in un piccolissimo paesello. Quel giorno pioveva fortissimo. Noi siamo rimasti ad aspettare che spiovesse sotto ad un cornicione di una piccola scuola elementare e una signora che ha provato pietà di noi ci ha portati a casa sua, dove ci ha dato da mangiare e da dormire.. L’acqua spesso si usava quella dei fiumi o dei laghetti, perché spesso non si incontrava nessun villaggio per prendere quella potabile. Una volta prendendo l’acqua in una pozzanghera ho dovuto scansare anche una ranocchia e cercare di evitare una piattola che voleva disperatamente appiccicarsi a me. Anche per lavarsi non era facile.. Ma abbiamo superato ogni prova di sopravvivenza.. Al 12° giorno finalmente abbiamo raggiunto il mare! Mi chiederete come mai abbiamo messo così tanto? Per un semplice motivo. La strada era tutta sali-scendi.. Si scendeva bene, ma si saliva… a piedi. Non avendo i cambi, molto spesso nemmeno papà, con le sue gambe fortissime, riusciva ad arrivare in cima, figuriamoci io e mamma.. Si potrebbe dire che abbiamo camminato a piedi fino al mare…. Trascorsa una settimana in tenda sulla riva del Mar Nero, siamo ripartiti per la destinazione che ora non sarà difficile indovinare. E sì! Siamo partiti verso la città dove abitava la mia nonna paterna, per contribuire anche questa volta nella costruzione della sua casa. Non saprei con l’esattezza quali emozioni ho avuto da questo viaggio in quel periodo, perché alla fine di tutto ciò ho avuto anche “un effetto collaterale” e successivamente ho subito un intervento al ginocchio e ancora ho una grande cicatrice. Ma passati tanti anni, ripenso a tutto con una grande dolcezza e forse solo ora provo un’emozione positiva… Credo che imparare ad andare in bici è stato uno dei miei primi complessi superati. Fu uno dei miei primi gradini saliti. Comunque, nonostante il fatto che mi piacevano i nostri viaggi fuori città, le nostre albe e tramonti, le nostre serate davanti al falò, le nostre “gare” di pesca con papà, dove non si capiva bene chi era più bravo, lui a pescare o noi con mamma a liberare di nascosto i pescetti…, nonostante tutto ciò, a volte mi annoiavo. Mi annoiavo di stare ogni fine settimana fuori, nei luoghi isolati, senza i miei amici e senza una persona accanto, una persona della quale ero già innamorata.. Avevo soli 15 anni, ma già sognavo di essere una donna adulta, avere la mia famiglia, avere mio marito, figli e tutto ciò che comporta la vita di una donna grande, indipendente e sposata.. Tanto detto, tanto fatto... Segue.....
N. 16 März Ricordi di una vita - la nascita
Questa pubblicazione sarà lunga e ho pensato di dividerla in più parti. A tutti coloro chi non ha nè voglia, nè il tempo per leggere, ma vuole lasciarmi un commento, consiglio di andare sulla Posta per Natalì. Il link lo troverete qui a destra.. Non mi offendo, se fate questa scelta.. Ai più curiosi e pazienti invece auguro una buona immersione nel mio passato.. UNA PICCOLA PREMESSA Come a volte dicevo anche prima, la mia presenza qui era dovuta ad un puro caso, non conoscevo nemmeno l'esistenza di comunità del genere.. Il PC mi è stato portato dal nostro ufficio a casa, perché già da diversi mesi avevo in corso una cosa curiosa.. Dopo aver compiuto i miei 40 anni, la mia mente ha cominciato a proporre “alla mia attenzione” una specie di analisi della mia vita.. Mi ritornavano in mente molte cose delle quali per lunghi anni non percepivo nemmeno una traccia.. Sembrava che fossero cancellate .. Era molto bello..! Potevo rivivere di nuovo vari dettagli, anche quelli più sgradevoli.. Ogni volta che mi si attivava “la macchina dei ricordi” io prendevo vari pezzi di carta e scrivevo, lo dovevo fare perché spesso insieme con il ricordo mi veniva fornita anche l’analisi dell’accaduto e addirittura le risposte alle mie domande poste in quel periodo.. Appena abbiamo installato il PC, mia figlia, guidata dalla mano di “qualcuno”, non saprei trovare altrimenti una spiegazione, ha registrato il mio account in msn ed eccomi qui… Per diverso tempo ho scritto solo i piccoli appunti, ma forse è arrivata l’ora che li metto un po’ tutti insieme.. Sento questo bisogno.. Ho pensato che mi avrebbe fatto piacere di condividere con voi le mie esperienze attraverso le tappe principali della mia vita che hanno formato una specie di percorso spirituale, quelle tappe che hanno contribuito alla mia formazione in ogni senso della parola. Trovo la mia vita stupenda e non cambierei nulla, nemmeno una lacrima e nemmeno un errore.. Vi parlerò con l’aiuto delle fotografie, perché trovo questo modo il migliore per raccontare in modo simpatico la storia di una donna “qualsiasi”.. RICORDI DI UNA VITA La nascita Sono nata nel settembre del ’64 in Kasakistan, una Repubblica Sovietica nelle terre Asiatiche, in una città che non era ancora una città, ma un posto sperduto della steppa.. Lì si sono conosciuti i miei genitori, due giovani laureati in ingegneria.. Una volta da noi si praticava sempre uno “smistamento” dei “cervelli” per formare le nuove città, per fondare le nuove industrie, per acculturare le terre “vergini”.. Spesso le due persone provenienti dalle parti opposti della ex CCCP rimanevano nei luoghi dove si sono conosciuti, formavano le loro famiglie e passavano una vita ormai lontani dalle terre native.. I giovani new laureati avevano i posti assicurati, ma purtroppo spesso molto lontano da loro case.. Dopo aver completato gli studi e dopo aver discusso la tesina, dovevano lavorare per tre anni nei luoghi assegnati.. Percepivano lo stipendio come era previsto, ne più e ne meno.. La città che dovevano costruire i miei genitori ormai conta più di 2 milioni di abitanti, ma all’epoca contava solo poche baracche di legno. In una di quelle baracche, costruite in stile “coridojka”, dove a destra e a sinistra dal corridoio in comune, erano dislocate le camere.., ero nata anche io… Mi ricordo solo alcuni racconti di mia mamma e poi mi ricordo le fotografie che rivedo ogni volta che vado a trovare la mia casa.. Mi colpivano molto… Le strade e marciapiedi asfaltate non esistevano.. Si camminava solo con i stivali di gomma e solo sulle palanche di legno, che fungevano da marciapiedi.. Ai cappottini non si pensava nemmeno.. Da quel freddo d’inverno ci si poteva salvare solo con una “telogrejka” che sarebbe un giaccone imbottito in modo particolare. Nei “coridojki” la cucina era in comune, come era in comune anche l’unico servizio.. L’inverno in quei posti era troppo freddo, tirava sempre un vento fortissimo, d’altronde si viveva in una steppa aperta a tutti i venti e le case erano poco riscaldate. Mamma diceva che nel secchio dentro casa si congelava l’acqua.. Non c’erano le condizioni buone per farmi crescere bene, mi ammalavo in continuazione e così i genitori decisero di “spedirmi” dalla mia nonna materna, una stupenda donna che ho ammirato per tutta la sua vita e che adoro tutto oggi, nonostante che lei non c’è più già da diversi anni.. Io con la mia nonna Melania (Mila) ***quello abito che indossa mia mamma sulla fotografia, ce l’ho ora io. Non lo tengo solo nell’armadio come un ricordo, ma lo porto e anche molto volentieri .. Mi piace tanto.. Come mi piaceva di indossare anche un vestito che aveva addosso mia mamma nel giorno che si sono visti per la prima volta con papà… Ma quest’ultimo purtroppo ora riposa nella scatola …
N. 10 März dedicato al Piccolo Principe..
Ho letto questo libro molti anni fa, forse 15 oppure 16. Era in lingua russa.. Mi ha colpito… L’ho letto solo una volta, ma molti pensieri mi sono rimasti incisi nella memoria, soprattutto la parte dell’incontro con la volpe.. La profondità di questo messaggio non può passare inosservata, non può non lasciarci a pensare e a riflettere.. In questo periodo ho pensato tantissimo a quel libro, l’ho riletto, stavolta in italiano, e ho voluto condividere con voi la saggezza “volpina” che mi sta molto a cuore.. Per molti anni mi sentivo un Piccolo Principe, pronto ad imparare e ad accogliere il mondo. Ma ora mi rivedo più nel personaggio della Volpe… Ogni parola detta da lei, la sento mia… Ma non per la presunzione di essere saggia… Esiste un altro motivo… Questa pubblicazione è una dedica… alle persone a me care.., a tutti Piccoli Principi, Tutte le Volpi e a tutte le Rose dell'Universo.. PICCOLO PRINCIPE XXI CAPITOLO In quel momento apparve la volpe. "Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?" "Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
06 März una piccola riflessione
… Ero abbastanza in dubbio, ma poi, pensando bene, ho voluto approfittare di questa possibilità per raccontare una mia esperienza che ho vissuto e che, perché no, possa servire a qualcuno… Qualcuno di voi, magari più vicino e più intimo nell’amicizia con me, sa che nei ultimi mesi ho vissuto uno stato d’animo troppo particolare dal punto di vista di sofferenza… Uno stato d’animo, che se non va preso nei tempi giusti e in modo giusto, può portare alle grave conseguenze… Fortunatamente ho saputo reagire e ho trovato la mia luce che mi ha portato fuori.. Mi chiederete cosa è accaduto.. e come è accaduto.. Come poteva una donna solare e “saggia” anche se un’pò “pazzerella” come me, capitare in una trappola del genere… Non è accaduto nulla di nuovo… Semplicemente si è attivato un meccanismo ben conosciuto ormai da tutti.. L’artefice di tutto ciò è stata la mia mente, che non riusciva più ad elaborare le mie domande che io mi ponevo e alle quali volevo avere le risposte immediate, senza rispettare i tempi dovuti…. Praticamente era una sola domanda , ma la quale aveva per me un’enorme importanza …. Il Panico..? La Paura..? L’Angoscia..? Erano i compagni fedeli di quel mio ricco sentimento che provavo… Poi…? E poi, nel punto che peggio di quello si andava solo in un manicomio .., ho ricevuto un “suggerimento”, un’intuizione, un’illuminazione come la chiamo io… In quel momento è finito tutto… E’ indescrivibile la sensazione di serenità e di leggerezza di quel momento e anche dopo… Un paragone..? ...E’ come uscire all’improvviso da un bosco incantato su una radura piena di sole e di colori… ...E’ come trovare finalmente un interruttore in una camera scura… ...E’ come uscire all’improvviso da un tunnel e ritrovare una luce… ...E’ come spiccare nel volo e ritrovarsi appoggiati su una nuvola a guardare giù, accarezzati dal sole.. Finalmente vedi tutto molto chiaro, vedi ogni cosa al posto suo, vedi quel puzzle che non riuscivi a completare perché ti mancava un unico tassello.. ….e tutto ciò è circondato da una sensazione di una serenità assoluta.. Ma per arrivare a questo.., ho dovuto lottare.., anche contro di me stessa.., contro i miei schemi, contro il mio “ego”, contro il mio orgoglio…, contro la mia mente.. Le domande… Quante ne produciamo noi di domande.. e quante ne ho prodotte io… Il nostro assurdo desiderio di avere le risposte immediate a tutto, avere un quadro “completo”, avere un controllo in ogni situazione.. ci porta spesso all’interno di un vortice che, se non sappiamo a resistere ai suoi torrenti e a controllare noi stessi, ci porta sempre di più dentro all’oscurità.. Proprio in questi stati, diventiamo sempre più deboli, fragili, più ciechi e più sordi.. Non vediamo più le cose evidenti e non siamo più in grado di sentire la nostra voce interiore.., quella voce che ci sussurra sempre un suggerimento in ogni occasione della nostra vita, quella voce che , come una amica fedele, ci accompagna dal momento della nascita fino al momento del nostro ultimo respiro… Era quella voce che io non riuscivo più a sentire.. Era quella voce che sono riuscita a sentire di nuovo… Ora mi sento molto ricca… Mi sento ricca, perché posso accogliere, capire o superare qualsiasi cosa che mi sarà proposta sul mio percorso.. Per questo devo ringraziare la provvidenza che mi ha donato questa possibilità, perché in questo modo ho potuto acquisire un’esperienza, che magari diversamente non avrei mai potuto avere.. Ora mi sento veramente felice di essere… Semplicemente Natalì
|
|
|||||||||||||||
|
|