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3月20日 Ricordi di una vita - L'infanzia
II capitolo "L’infanzia" Dopo aver completato tre anni di apprendistato, miei i miei genitori si sono trovati nella condizione di fare una scelta: rimanere e continuare a lavorare in Kasakistan, oppure trasferirsi in un’altra città. C’è da dire che da noi in quel periodo ci si poteva spostarsi abbastanza facilmente da una repubblica o un paese all’altro.. Non si ponevano grossi problemi nè con il lavoro, nè con la casa.. Il lavoro c’èra ovunque e le case mancavano ovunque.. I miei decisero di venire ad abitare nella stessa città dove in quel periodo abitava mia nonna materna ed ovviamente io.. La nonna è arrivata ad abitare qui, cercando di fuggire forse da “se stessa”, da ogni cosa che le poteva ricordare il suo passato. Lei era reduce da un divorzio doloroso, dopo un tradimento di un uomo che amava più di qualsiasi altra cosa della sua vita, dopo l’abbandono per un’altra, l’uomo per il quale lei giovanissima era fuggita dalla casa paterna e al quale lei aveva regalato una bella bambina, mia mamma.… Occuparsi di me, ancora piccolina, l'aiutava molto.. Una volta trasferiti definitivamente, i miei genitori dopo pochi anni hanno avuto una buona notizia. A papà era assegnata una casa, la mia dolce casa che mi piaceva tanto e dove io sono cresciuta per altri 13 anni.. Praticamente ho trascorso i miei anni verdi in Ucraina, in una città di mezzo milione di abitanti che era anche un capoluogo provinciale. Cerkassy era una cittadina bella, pulita e tranquilla.. Noi abitavamo proprio nel centro della città, ma il nostro centro era totalmente diverso, almeno all’epoca, dal comune contesto del centro. Era chiuso al traffico, pieno di giardini ed aiuole molto curate, a distanza di 10 minuti a piedi c’era il fiume Dnepr con delle favolose spiagge di sabbia bianca e con degli spazi verdi. Il Dnepr era anche l’arteria idrica dell’Ucraina, seguendo la quale si arrivava al Mar Nero. Inoltre il centro della città era circondato da parchi e a poche fermate di autobus cominciavano dei boschi enormi, che venivano considerati il più grande polmone dell’Ucraina.. L’unico difetto di questa città era la presenza di un’industria che produceva i prodotti chimici. Questa industria tra l’altro era una filiale più grande delle altre presenti sul territorio ucraino e provocava parecchio inquinamento, anche se praticamente “invisibile”. La mia famiglia era abbastanza armoniosa e felice.. Lavoravano entrambi i genitori e fuori lavoro condividevano i compiti di casa e della mia educazione.. Mamma mi insegnava i lavori femminili, tipo cucina, conservazione, sartoria, lavori ai ferri, ricamo ecc, e poi mi aiutava con i compiti .. noi con mamma a fare i nostri lavoretti hobbistici e papà a leggere a voce alta. Si giocava anche, e molto spesso.. A papà piaceva giocare a scacchi o a dama, piacevano le parole incrociate, piacevano le battaglie navali, piacevano dei giochi dove si usavano le parole, uno di quelli assomiglia a un gioco italiano “scarabeo” e poi a papà piaceva lo sport e cioè fare lo sport coinvolgendo noi, le sue “ragazze”.. Non si perdeva mai l’occasione per giocare a badminton, o per fare una nuotata in piscina, oppure d’inverno si andava spesso, praticamente ogni giorno, a sciare nei boschi. Papà era instancabile. Credo che a lui avrebbe fatto miglior compagnia un figlio maschio, perché io ero troppo “femminile” per i suoi gusti. Mi piaceva la danza classica, tanto vero che all’età di sette anni mi sono segnata alla scuola specializzata in questa disciplina e ho continuato per altri dieci anni.. Quando ero ancora piccola, uno dei momenti magici per me, era andare a spasso d’inverno con papà. Io mi sdraiavo sopra lo slittino e lui correva trascinandomi. Io in quel momento guardavo il cielo pieno di stelle che scorrevano sopra di me.. In quei momenti io non ero lì sui slittini, ma ero con mio papà a compiere un viaggio spaziale, a volare fra le stelle, cercando la mia .. Mi piaceva quando nevicava.., sembrava che le stelle scendevano giù dal cielo verso di me ed io aprivo la bocca e cercavo di acchiappare con la lingua queste stelle cadenti.. Poi papà si metteva a correre… sempre più veloce… ed alla fine faceva girare lo slittino velocissimo attorno a se stesso…e questo momento era il più bello…, perche sentivo che nasceva un vortice che mi faceva sentire davvero una piccola particella dell’universo… ...Avevo 14 anni quando papà ha deciso di comprare le biciclette per tutti noi. Era una buona idea. Considerando poco traffico in città , le strade larghissime, la vicinanza dei bei luoghi per le passeggiate sane all’aria aperta, abbiamo accolto con un certo entusiasmo la sua idea. L’obbiettivo suo però era quello di passare il fine settimana fuori, dormendo nella tenda e mangiando le cose preparate sul falò o sulla brace. Uno dei problemi sorti era il fatto che non ero capace di andare in bici! Tra l’altro avevo un terrore per imparare.. Papà si è impegnato ad insegnarmi, ancora rido, ricordando le mie lezioni con lui. C’è da dire che all’epoca le biciclette non avevano nemmeno un cambio, erano “modello base” e la velocità si sviluppava secondo la forza delle gambe. La cosa divertente era che papà cercava di insegnarmi un modo “maschile” di partenza, che era assolutamente scomodo per me. Dopo diverse prove durante una settimana, che a dir vero sono andate tutte fallite, mamma ha deciso di venire con noi per vedere i miei “successi”. Quando ha visto che eravamo ancora al punto di partenza, mi ha sgridato, poi mi ha detto di salire immediatamente su quella “macchina” e di cominciare a pedalare.. Sono salita…. e ho pedalato.. !!!! Camminavo gridando “Aiutooooo!!!” , perché ancora nessuno mi aveva spiegato come si frenava… ! Papà mi correva a presso e rideva.. Non riusciva a spiegarmi , perché non aveva la forza per pronunciare nulla indebolito dalla sincera risata.... Non so esattamente se il vero motivo era la gioia per il fatto che io finalmente ero sulla bici e non sotto, oppure guardando me gli veniva così tanto da ridere … La mia prima frenata è stata accompagnata da un salto di un grillo più lontano possibile dalla mia bicicletta verso il lato opposto.. Successivamente comunque sono servite altre prove per imparare a frenare, tra le quali ci fu anche una caduta nella fogna di una campagna dove eravamo a passeggiare “godendo dei bei paesaggi” e poi anche la frenata nel cespuglio di biancospino. Credo che questi due fattori erano fondamentali per insegnarmi ad usare i freni, e non solo quelli della bici! Un altro fatto indimenticabile era un nostro viaggio per tutta l’Ucraina e fuori, lungo ben 1860 km che è durato quasi un mese. Papà ha avuto una splendida idea di andare “a trovare” il Mar Nero. Fu la nostra prima visita al mare. Per passare le ferie di solito si andava ogni anno a casa della nonna paterna, dove papà costruiva la sua casa e mamma faceva un po’ di tutto: aiuto capo cantiere (il capo era papà), manovale (il mastro era papà), giardiniera e cuoca. Per me le mie vacanze erano del tutto normali, non mi ponevo grossi problemi, perché stavo sempre fuori con degli amici, aiutando poco in casa, giusto un po’ nel giardino, lavavo i piatti e andavo a fare la spesa… Il mare era distante dalla mia città poco più di 900 km. Il viaggio di per se stesso era divertente, ma anche pieno di sacrifici. Dormivamo nella tenda o nella paglia fresca raccolta nei campi di grano, chiudendosi nei sacchi a pelo. Una volta abbiamo trovato un rifugio in una palazzina in costruzione, un’altra eravamo ospitati a casa di una famiglia in un piccolissimo paesello. Quel giorno pioveva fortissimo. Noi siamo rimasti ad aspettare che spiovesse sotto ad un cornicione di una piccola scuola elementare e una signora che ha provato pietà di noi ci ha portati a casa sua, dove ci ha dato da mangiare e da dormire.. L’acqua spesso si usava quella dei fiumi o dei laghetti, perché spesso non si incontrava nessun villaggio per prendere quella potabile. Una volta prendendo l’acqua in una pozzanghera ho dovuto scansare anche una ranocchia e cercare di evitare una piattola che voleva disperatamente appiccicarsi a me. Anche per lavarsi non era facile.. Ma abbiamo superato ogni prova di sopravvivenza.. Al 12° giorno finalmente abbiamo raggiunto il mare! Mi chiederete come mai abbiamo messo così tanto? Per un semplice motivo. La strada era tutta sali-scendi.. Si scendeva bene, ma si saliva… a piedi. Non avendo i cambi, molto spesso nemmeno papà, con le sue gambe fortissime, riusciva ad arrivare in cima, figuriamoci io e mamma.. Si potrebbe dire che abbiamo camminato a piedi fino al mare…. Trascorsa una settimana in tenda sulla riva del Mar Nero, siamo ripartiti per la destinazione che ora non sarà difficile indovinare. E sì! Siamo partiti verso la città dove abitava la mia nonna paterna, per contribuire anche questa volta nella costruzione della sua casa. Non saprei con l’esattezza quali emozioni ho avuto da questo viaggio in quel periodo, perché alla fine di tutto ciò ho avuto anche “un effetto collaterale” e successivamente ho subito un intervento al ginocchio e ancora ho una grande cicatrice. Ma passati tanti anni, ripenso a tutto con una grande dolcezza e forse solo ora provo un’emozione positiva… Credo che imparare ad andare in bici è stato uno dei miei primi complessi superati. Fu uno dei miei primi gradini saliti. Comunque, nonostante il fatto che mi piacevano i nostri viaggi fuori città, le nostre albe e tramonti, le nostre serate davanti al falò, le nostre “gare” di pesca con papà, dove non si capiva bene chi era più bravo, lui a pescare o noi con mamma a liberare di nascosto i pescetti…, nonostante tutto ciò, a volte mi annoiavo. Mi annoiavo di stare ogni fine settimana fuori, nei luoghi isolati, senza i miei amici e senza una persona accanto, una persona della quale ero già innamorata.. Avevo soli 15 anni, ma già sognavo di essere una donna adulta, avere la mia famiglia, avere mio marito, figli e tutto ciò che comporta la vita di una donna grande, indipendente e sposata.. Tanto detto, tanto fatto... Segue.....
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